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LE TRADIZIONI Quando i perugini per ricordare i defunti avevano la zucca, i racconti da brivido e gli ossicini etruschi

La zucca veniva dotata di luce grazie ad una candela messa al centro... ed iniziavano i racconti misteriosi su streghe e morti

Ricorrenza dei morti. Quando i perugini, specie in campagna, davano fisionomia umana a una zucca… con la candela dentro. Era il modo preferito dai ragazzi per “spaventare” i grandi. I quali, ovviamente, stavano al gioco e facevano finta di esserne terrorizzati. Era così che, in occasione della ricorrenza dei defunti, ci si divertiva. La cucurbitacea si rubava in un campo e il contadino ci metteva del suo, non volendo vedere il “misfatto”. La si svuotava di semi e polpa, dopo aver praticato uno sportellino circolare superiore, a livello del picciolo. La si forava anteriormente per ricavarne occhi, naso e bocca. Addirittura, coi frammenti di scorza, si facevano dei quadratini che, infilati in uno stecchino, simulavano i denti. Dopo di che, si metteva all’interno una candela e ci si appostava per vedere l’effetto che faceva.

Era un gioco infantile, ingenuo e a buon mercato. La festa era collegata a una narrazione di streghe, diavoli e morti… risuscitati. Si esclamava, a proposito di un presunto avvistamento di cadavere redivivo: “Ce l’ònn arvisto!”. Ed era materia di racconti serali, davanti al focolare, in modo da “disturbare” il sonno… altro che conciliarlo con fabulae consolatorie! In origine, si trattava di un’eziologia cimiteriale, palesemente legata all’intenzione di rimuovere la paura delle morte o, addirittura, a stabilire un rapporto di (pre-capitiniana) “compresenza” coi nostri defunti.

In metafora, si celebrava la morte dell’estate e l’inizio del buio e freddo inverno. Ma, in qualche modo, si alludeva alla futura resurrezione primaverile di natura, uomini e bestie, con riferimento religioso alla salvazione dell’anima e alla storica continuità delle generazioni. Si dice che, tuttora, questo rituale costituisca anche un modo per tenersi buoni i defunti, dei quali – ricordandoli – si chiede la protezione (ripercorrendo il rito romano dei Lari e dei Penati). Ma oggi ci si richiama a uno spirito burlone, più che drammatico. Con quella luce interna (un tempo candela, oggi lampadina… magari a led!) che apre alla speranza.

Il fatto che non sia una ricorrenza di morte e di terrore, ma una festa, è documentata dallo scialo di dolciumi, riservati a grandi e bambini. Anche qui (ma ne parleremo in un prossimo servizio) c’è il richiamo all’antico. Se si pensa alle fave (amiche di Pitagora) e agli “ossicini dei morti”, ritrovati perfino nelle tombe dei nostri progenitori etruschi.

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