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Correva l'anno 1909 | Quando il marito tradito denunciò l'amante della moglie per violazione di domicilio. "Era nel mio letto..."

Nuova puntata della Perugia che fu da parte di Marco Saioni che ha ritrovato e romanzato un fatto di cronaca che fece parlare e sghignazzare tutta la città

L’elevato tasso di analfabetismo dilagante in Umbria, ma non solo, agli inizi del 900 tenderebbe ad escludere che i protagonisti di tale vicenda avessero aperto qualche pagina del Decamerone. Un fatterello minimale che tuttavia assurse a dignità di cronaca, certamente alimentato dal gossip popolare e raccolto dal cronista, attizzato dai risvolti palesemente boccacceschi. In un tardo, afoso pomeriggio d’agosto i perugini privi di residenza estiva a Prepo o esclusi dalla “ridente spiaggia Senigallia” si adattavano a chiazze d’ombra e parole tra vicini. 

Come Tito, del resto, che s’incamminò verso casa di Federico, cui era legato da solida amicizia. Nel preambolo della storia il cronista inserisce a questo punto una nota sulla moglie di Federico, evidentemente ben dotata e quindi “troppo ammirata”. Il dettaglio, che concede un indizio al lettore, si perde poi nella trama del racconto che propone i due amici seduti a godersi il fresco, anche ristorati da generosi bicchieri di vino. Se la scossa di terremoto di due giorni fa aveva fatto paura? Certo che sì. Ha tirato tutti giù dal letto in piena notte. Impressionante la gara motociclistica del Trasimeno, da non crederci che alcuni abbiano toccato i sessanta chilometri l’ora.

Spunti narrativi che si intrecciavano in una trama sempre più incerta, punteggiata com’era da rivoli di sorsi concessi dal fiasco. Il tempo scivolava come il vino in gola. L’ora tarda, gli argomenti ormai sfilacciati, mettici pure il tasso alcolico, versarono una miscela soporifera sugli occhi di Federico che si arrese in una giostra di sogni. Tito si convinse dal cupo russare che quella chiacchierata poteva dirsi conclusa. Che fare? Svegliarlo pareva brutto e di andare a dormire non era ancora aria. Così, sfilatosi le scarpe, imboccò le scale e si affacciò nella stanza della signora. Magari l’idea era quella di trattenersi il meno possibile, data la situazione, ma gli argomenti esigevano qualche approfondimento, dato anche l’interesse palesato dall’interlocutrice.

Frattanto Federico, riemerso dal letargo, biascicò qualcosa che nelle intenzioni avrebbe dovuto riprendere il filo del discorso interrotto, ma non trovò l’amico. Si alzò per cercarlo e inciampò in qualcosa. Il buio non era d’aiuto, la lucidità neanche, ma quelle erano sicuramente un paio di scarpe e mica le sue. Affrontò dunque, seppure a scartamento ridotto, la breve rampa e raggiunta la porta della stanza, avvertì un certo assembramento tra le lenzuola. Quello era proprio Tito, impegnato con la sua consorte in atteggiamenti irritualmente confidenziali. Una girandola di parole, in questi casi, non è che aiuti granché, anche perché tutto era come appariva. Meglio un rapido congedo, raccolti alla meglio gli indumenti sparsi, come da copione.

Una bella botta per Federico, lì per lì frastornato dal cocktail, anche emotivo, costretto alla visione dell’amico che scavalcava lesto dal suo letto. Nessuna violenza ma l’orgoglio ferito pretendeva almeno qualche risarcimento, così il povero Federico non trovò niente di meglio che denunciare l’indomani l’ex amico per violazione di domicilio. E come per Bocca di Rosa, il furto d’amore sarà punito, pensò, dall’ordine costituito. Un atto avventato che lo espose al dileggio della collettività, anche perché Tito adottò una linea difensiva micidiale. Data la relazione che intratteneva da lungo tempo, egli era spesso ospite di quella signora e dunque quello era da ritenersi un suo domicilio abituale. Una vera carognata ma con la dignità letteraria di una beffa ordita dalla penna di Giovanni il certaldese.

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