Arresti per 'Ndrangheta, ecco come la cosca perugina si arricchiva a spese degli umbri e dell'Umbria

La mafia non è solo una questione di ordine pubblico, ma deve far paura e deve essere combattuta perchè svuota il territorio, uccide imprese regolari, crea disoccupazioni e succhia i fondi per lo sviluppo. Nelle carte dei magistrati si spiega bene chi si arricchiva e chi diventata sempre più povero

La cosca perugina della 'ndrangheta - scoperta dai magistrati di Perugia e Calabria - riusciva a fare soldi in tanti modi: in primis con la cocaina, poi minacciando i concorrenti per far predere l'appalto alle aziende del cartello e tanti altri denari arrivavano con delle truffe mirate a danno di importanti filiali di banche come Unicredit, Monte dei Paschi, e altre ancora. Quest'ultimo non è un aspetto secondario e deve far paura ai cittadini perbene e alle istituzioni umbre più delle estorsioni e degli effetti della droga. Deve far paura per due motivi: il primo, la cosca, secondo le carte dei magistrati, va a caccia di imprese locali infiltrandosi, acquistando la maggioranza e la direzione, poi utilizzandole per fare soldi facili - reati fiscali e truffe - fino a farle fallire. 

Un sistema vampiresco che provoca disocuppazione, impoverimento, concorrenza sleale e va ad attingere ai fondi bancari previsti per la regione. I soldi se li intascavano i capibastone locali della 'ndrangheta attraverso società controllate da loro ma gestite da prestanomi o tramite bonifico diretto sempre a prestanome o parenti. Tanti soldi a pochi, a discapito di lavoratori, sviluppo del territorio e futuro dell'Umbria. Scrivono i magistrati a riguardo di uno dei personaggi considerati di spicco del sodalizzo umbro: "Queste operazioni consentono di ottenere notevoli introiti di denaro contante da investire in parte in immobili, in parte in auto di lusso". Insomma bella vita e tanti soldi puliti ma reperiti con la truffa alle banche, allo Stato e al sistema economico perugino.

Questo primo scenario, contestato dai magistrati agli indagati di casa nostra, permette di introdurre il secondo motivo perchè questo sistema truffaldino deve far paura alle istituzioni e alle famiglie oneste; scrivono ancora i magistrati: "consente di mettere una parte degli introiti a disposizione dell'organizzazione 'ndranghetista". Alimentano così un fondo casso da rinvestire a Perugia. In cosa? "le truffe sono realizzate nell'interesse del gruppo... ed i proventi (almeno una parete ndr) delle stesse messe a disposizione per la realizzazione di ulteriori affari illeciti". 

Il che tradotto, leggendo le carte, vuol dire: più droga da acquisire al Porto di Gioia Tauro per poi alimentare il mercato della droga e dei disperati a Perugia, più potere sociale nel controllo del territorio e anche su professionisti calabresi - presenti a Perugia - a capo di settori importanti della società, più liquidità per acquisire società umbre per poi svuotarle e farle chiudere. Infine: più soldi per acquistare armi, come già fatto in passato, da utilizzare all'occorrenza o da piazzare sul mercato nero alimentando così la bocca di fuoco della criminalità (dalle bande dei furti in appartamento ai pusher). Analizzato tutto ciò appare ora facile capire che la presenza della 'Ndrangheta non è un solo un pericolo a livello di sicurezza delle città ma mina con feroca l'economia, impoverendo il territorio che si controlla, per far ingrassare il proprio conto in banca.

Ma come avvenivano le presunte truffe alle banche che poi elargivano prestiti, mutui e acconti su fatture dagli importi rilevanti (anche 200mila euro a istituto)? Il gioco è complesso da individuare e da tracciare, ma una volta trovata la strada per gli inquirenti diventa facile. La cosca poteva contare su diverse società e imprese - all'apparenza sane - gestite da prestanomi e pronte a fare cartello tra loro. Nella realtà sono dei contenitori con zero lavori e zero introiti ma servono come contenitori comunicanti tra loro. Si redigono fatture false, si fanno dei pagamenti mirati sui conti correnti appena aperti. Insomma si crea un movimento di soldi che in realtà è circolare e destinato a ricadere all'interno del cartello della cosca. Ma questo la banca non lo sa. Vede soltanto che nei conti arrivano soldi regolarmente, ci sono pagamenti importanti. Una volta creato tutto questo vortice (in un bicchiere d'acqua) gli emissari dei capibastone vanno in banca chiedendo prestiti, mutui e anticipazioni sulle fatture. Portano a garanzia dei bilanci solidi e una decine di fatture da incassare ad x giorni. Ma è tutto falso. 

Le intercettazioni indicano richieste di fatture da fare sull'immediato e con certe modalità, si inventano prestazioni a finti clienti- complici, che pagano regolarmente con i soldi del cartello. Le banche concedono i denari e per un certo periodo si fa finta di niente, si paga regolarmente ma il grosso dei soldi incassati finisce un po' nelle tasche dei diretti interessati, un po' verso aziende controllate all'estero (in Slovacchia in particolare) e una quota resta per ripetere la truffa. Poi quando il gioco viene scoperto o si vuole chiuderlo,  scatta la bancarotta; tanto ormai l'azienda utilizzata è bella che prosciugata. Si laciano debiti verso fonitori e maestranze. Gli inquirenti hanno individuato i bilanci artefatti completamente: basti pensare che certe imprese, in mano alla 'Ndrangheta in salsa perugina, in realtà non dichiaravano nulla dal 2011, ma in banca i bilanci arrivavano regolarmente. E che bilanci. Finti. 

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