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IL PERSONAGGIO - Andrea, volontario del Servizio Civile in Caritas Perugia: "Un'esperienza che ti cambia lo sguardo sulla realtà"

Da volontario Caritas a impegnato nella scelta del Servizio Civile accanto al difficile mondo dei profughi: ecco la testimonianza di un 23enne perugino che consiglia a tutti di fare un'esperienza simile per non restare "indifferenti"

Andrea Morante è un ragazzo perugino di 23 anni, che sta portando avanti l’esperienza del Servizio Civile nella Caritas diocesana di Perugia. Lo abbiamo incontrato per chiedergli le motivazioni di questa scelta e come si sta svolgendo il suo periodo di servizio.

“Sono uno studente universitario per la laurea magistrale in Cooperazione Internazionale. Già da 3-4 anni collaboravo con la Caritas di Perugia come volontario, e ho colto questa opportunità del Servizio Civile dedicandomi al Progetto Profughi”.

In che consiste il servizio, come si svolge?

“In diocesi, dislocate in varie strutture, ci sono un centinaio di persone richiedenti asilo, alcune ragazze nigeriane e alcune famiglie afghane che sono arrivate da poco, dopo la crisi umanitaria dello scorso Agosto. Noi del Servizio Civile facciamo accompagnamento agli ospiti del centro di prima accoglienza, nel senso che ci occupiamo della distribuzione dei pasti, li accompagniamo alle visite mediche per eventuali malattie, oppure li guidiamo nelle pratiche burocratiche come la creazione dello Spid e li aiutiamo in questa situazione di pandemia ad orientarsi tra le informazioni. Prima della pandemia organizzavamo per loro anche momenti di integrazione, come ad esempio partite di calcio con ragazzi del posto. Ora purtroppo è impossibile…”.

Andrea, che cosa significa per te l’esperienza del Servizio Civile, così a contatto con persone in situazioni tanto difficili?

“Beh, oltre alle tante cose sul piano del ‘fare’, a livello dell’ ‘essere’ si instaura un rapporto con queste persone, con le loro storie: questo non ti lascia indifferente. Prima di fare questa esperienza ero entrato in contatto con un certo tipo di povertà, ma si trattava di persone che erano abbastanza integrate; questa è stata un’esperienza forte perché si tratta persone che hanno una cultura completamente differente, quindi mette in gioco te e i tuoi preconcetti o pregiudizi, ti fa comprendere che il mondo non siamo solo noi, ma esistono altre culture. Un conto è saperlo in teoria, un conto è farne esperienza”. 

Cosa è cambiato per te facendo esperienza? La consiglieresti ad altri giovani?

“Sono una persona credente e per me entrare in contatto con queste persone è stato fare un’esperienza di Dio. Ma naturalmente è un'esperienza arricchente per chiunque, la consiglierei anche a chi non è credente perché è una realtà che non ti lascia indifferente… Lo sguardo sulla realtà ti colpisce in maniera forte. La differenza di fare il Sevizio Civile in Caritas rispetto a un’altra realtà è che qui cerchiamo di curare lo 'sguardo' sulla persona, il modo in cui guardiamo alla persona infatti è speciale: è un progetto di ascolto che vuole prendersi cura di chi hai davanti, lasciandoti anche ferire dalla sua storia, senza per forza essere distaccato a livello professionale. Un altro modo di guardare la realtà".

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