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Economia

DOSSIER Salari sotto la media in Umbria: tutti i dati e i motivi di questo gap nazionale

Uno dei grandi problemi del nostro paese è l’inadeguatezza retributiva legata al costo del lavoro - costituito dall’ammontare delle retribuzioni e dai costi non salariali, come i contributi sociali e i costi intermedi - . E l'Umbria non fa eccezione, anzi! Nella regione le retribuzioni mediane risultano costantemente inferiori rispetto al corrispondente valore nazionale. Complessivamente, il delta Umbria- Italia è del 2,7%, che sale al 7,8% considerando i valori medi, in virtù della distribuzione più omogenea e livellata verso il basso. La penalizzazione retributiva si ricollega alle modalità di produzione locale - posizionate nella parte centrale della filiera di produzione - che quindi non necessita di figure professionali altamente specializzate. Il territorio umbro infatti è caratterizzato da piccolissime realtà aziendali, bassa produttività e lavoro irregolare. è quanto emerge dall'elaborazione dei dati Eurostat realizzata dall'Agenzia Umbria Ricerche.

Le differenze rispetto all’Italia diventano significative in corrispondenza del 10% delle posizioni lavorative meglio remunerate (9° decile), per le quali la retribuzione lorda oraria si attesta ad almeno 17,67 euro, cioè il 16,1% in meno rispetto al dato nazionale. Viceversa, nel 1° decile, quello che accoglie i valori più bassi, l’Umbria frequentemente si trova a superare il dato nazionale, anche se per differenze minimali. La variabilità retributiva interna (misurata come rapporto tra 9° e 1° decile) in Umbria è costantemente più contenuta di quella rilevata su scala nazionale, in virtù dei livelli regionali più omogenei e appiattiti verso il basso. In generale, tale variabilità è più contenuta nei gruppi a più bassa retribuzione oraria (è minima tra gli occupati in imprese con meno di 10 dipendenti, con un rapporto pari a 1,79 in Umbria, che sale a 1,94 in Italia) e cresce all’aumentare del livello retributivo, raggiungendo il valore massimo tra i laureati (2,76 per l’Umbria, 3,48 per l’Italia).

La particolarità degli assetti produttivi umbri. Il fenomeno umbro delle più basse retribuzioni nella componente privata non sorprende: si collega alle caratteristiche degli assetti produttivi locali – in prevalenza polverizzati, posizionati nella parte centrale della filiera, specializzati in settori a minore intensità di ricerca e innovazione e a più basso valore aggiunto, tarati su modelli di gestione tradizionali e a bassa domanda di lavoro altamente qualificato – che, nel loro insieme, determinano livelli di produttività inferiori rispetto ai già insoddisfacenti valori nazionali. Tali elementi penalizzano la dinamica retributiva, che in Umbria tende a mantenere nel tempo una distanza rispetto al dato italiano. 

Distanza che viene peraltro accentuata da una più diffusa presenza delle componenti non osservate delle attività produttive di mercato, ovvero l’economia sommersa e quella illegale, come stimato da Istat. L’Italia infatti è allineata alla media dei 27 paesi geograficamente europei ma con valori strutturalmente inferiori a quelli registrati nell’area euro, in particolare in Francia e Germania. Tuttavia l’elevata incidenza dei costi non salariali sul totale, per cui l’Italia si pone tra i primi posti con un 28,3%, rende evidente lo svantaggio della remunerazione effettiva del lavoro nel nostro Paese. Considerando i lavoratori dipendenti privati extra-agricoli, in Italia nel 2019 la retribuzione oraria mediana – quella che si colloca a metà nella tabella delle posizioni lavorative di riferimento – è pari a 11,40 euro; il 10% dei lavoratori più pagati percepisce almeno 21,06 euro l’ora, mentre il 10% di quelli pagati di meno non supera gli 8,10 euro. In sintesi, le situazioni migliori spuntano livelli almeno 2,6 volte superiori a quelle più basse.

I livelli retributivi, estremamente variabili, presentano valori minimi tra le donne e i più giovani, oltre che in corrispondenza dei più bassi gradi di istruzione, nelle imprese di piccole dimensioni, nel settore dei servizi, nei contratti a tempo determinato e in quelli part-time, nonché nelle realtà meridionali. Soluzioni? Uno dei possibili interventi è l’introduzione di un salario minimo legale, una misura su cui ultimamente si è aperto un ampio dibattito, soprattutto dopo l’approvazione della direttiva del parlamento europeo (che comunque non comporta un obbligo per l’Italia, vista l’ampia copertura della contrattazione collettiva). C'è da amemttere che la discussione sul salario minimo sembra non tener conto delle rapide trasformazioni, tecnologiche e organizzative, del contesto produttivo e del mercato del lavoro, che rendono la prestazione sempre meno incardinata al valore standardizzato dell’ora-lavoro e il sistema di retribuzioni sempre più rivolto a premiare il risultato e la professionalità del lavoratore. Le implicazioni della introduzione di un salario minimo, tuttavia, sono molteplici, complesse, non univoche, controverse. 

Numerose proiezioni hanno dimostrato infatti che gli effetti complessivi sul benessere degli individui, sull’occupazione e sulle diseguaglianze verrebbero a dipendere dal livello al quale il salario minimo viene fissato: se troppo basso rischierebbe di essere inefficace; se troppo alto sarebbe controproducente, spiazzando l’occupazione e aumentando le diseguaglianze. Per di più l'aumento del costo del lavoro si tradurrebbe in una contrazione dell’occupazione e in un aumento del ricorso al lavoro irregolare. Il problema chiama in causa la questione della produttività del lavoro, alla quale il salario minimo deve essere correlato: livelli minimi salariali introdotti senza un adeguato aumento della produttività potrebbero causare la scomparsa delle imprese più piccole e meno inefficienti, che non riuscirebbero a corrispondere ai propri lavoratori le retribuzioni stabilite. Di fronte a livelli insostenibili, pur di evitare la chiusura, talune realtà potrebbero tagliare gli occupati, ricorrere al lavoro nero oppure provare a riversare i maggiori costi del lavoro sui consumatori, aumentando i prezzi dei beni prodotti e innescando così un processo inflazionistico. Tutte possibilità poco auspicabili nel momento storico che stiamo vivendo.

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