Prostituzione, riti voodoo e un prontuario con le storie da raccontare alla commissione per ottenere lo stato di rifugiato

Il fenomeno emerge dagli atti del processo a carico di cinque nigeriani accusati di tratta di esseri umani aggravata dalla partecipazione al crimine organizzato transnazionale

Tratta di esseri umani dalla Libia, finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, con ragazze (anche minorenni) tenute prigioniere con la minaccia di ritorsioni sui familiari in Nigeria, con riti voodoo. Sono le accuse che hanno portato davanti alla Corte d’assise di Perugia cinque nigeriani, difesi dagli avvocati Barbara Romoli, Donatella Panzarola, Francesca Fioretti e Vincenzo Bochicchio. Sei le ragazze vittime della tratta. Mai identificate centinaia di persone giunte in Italia e poi sparite.

Secondo il capo d’accusa, tra il 2015 e il 2017, il gruppo di nigeriani avrebbe introdotto “illegalmente nel territorio dello Stato una pluralità di giovani donne (anche minorenni) da destinare al successivo sfruttamento dell’attività di prostituzione, approfittando della loro situazione di vulnerabilità, inferiorità psichica, minore età e necessità”.

Il viaggio di ragazze, donne e uomini (spesso rimasti sconosciuti) sarebbe stato gestito dal gruppo “dalla Nigeria alla Libia” così come la loro “permanenza nei ‘ghetti’ sulle coste libiche, dove i migranti venivano sottoposti a violenze e privazioni, la traversata via mare fino all’Italia su fatiscenti imbarcazioni (ponendo così a rischio la vita stessa dei migranti), il successivo trasferimento dai centri di accoglienza italiani al territorio di destinazione finale” che era Perugia.

Secondo la Procura di Perugia sussiste anche l’aggravante mafiosa, o di criminalità organizzata, di aver operato in combutta con “gruppi criminali stanziati in Libia che gestiscono ‘ghetti’ e facenti parte di organizzazioni criminali estere dedite alla tratta di migranti via mare sulla rotta Libia-Italia”. Il gruppo, secondo la ricostruzione dell’accusa, avrebbe mantenuto e gestito i “rapporti con le famiglie di origine delle donne trafficate, anche imponendo la sottomissione al rito voodoo (“il dio voodoo ti vedrà … devi fare in modo che a tuo padre non gli deve succedere niente se tu vuoi bene ai tuoi genitori mi devi dire adesso quando e in che modo inizierai a pagare ...), nonché le modalità di pagamento del debito di ingaggio, il successivo collocamento nei territori di destinazione finale e lo sfruttamento della prostituzione”.

Per ottenere il pagamento del debito di ingaggio gli appartenenti al gruppo non avrebbero esitato a ricorrere alla violenza, ma anche a concordare “versione che i migranti debbono fornire sulla loro condizione alla commissione per il riconoscimento dello stato” di rifugiato o richiedente asilo.

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Tra gli episodi di violenza vengono ricordati gli schiaffi e i morsi ad una ragazza minorenne per costringerla a consegnare l’incasso di una giornata intera sul marciapiede; la somministrazione di farmaci e alcol, “al di fuori da qualsivoglia controllo socio sanitario, per provocare “forti dolori addominali ed una copiosa perdita di sangue fino a giungere all’espulsione del feto di epoca gestazionale incerta”.

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