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Lunedì, 24 Gennaio 2022
Cronaca

Mostro di Firenze - Gregoretti replica a Mignini: "La pista Narducci era valida, ma il pm non ha voluto partecipare al documentario"

Il giornalista, consulente della tv, ha raccontato come nasce la serie docucrime, il coinvolgimento dell'ex magistrato perugino nella realizzazione della puntata sul mostro di Firenze e anche quell'incontro con un politico umbro che gli diceva di lasciar perdere le voci sul medico perugino

Il documentario sul mostro di Firenze, prodotto da Rai documentari e Verve, ha riscosso un buon successo di pubblico, ma anche qualche critica da parte del magistrato perugino Giuliano Mignini che indagò sulla pista dell’omicidio del medico perugino Francesco Narducci, collegato ai delitti del mostro di Firenze.

Raccogliamo alcune precisazioni del giornalista Marco Gregoretti che ha seguito per tanti anni le vicende collegate agli omicidi del mostro di Firenze e ai vari processi collegati. Gregoretti ha partecipato in veste di consulente al documentario curato Luciano Palmerini e Pino Rinaldi, le sue dichiarazioni nell’intervista che segue sono da considerarsi espresse a titolo personale.

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“Vorrei subito precisare che la serie docucrime si occupa del delitto di Marta Russo, di mafia nigeriana, della Uno bianca e che la puntata sul mostro di Firenze non è una docuserie, ma un documentario in due puntate attaccate, nella prima c’è la ricostruzione dei delitti, la cronaca, e poi segue la vicenda giudiziaria. È un’operazione coraggiosa quella della Rai, cioè mettere in prima serata un documentario serio, una scelta che si è rivelata vincente perché sta pagando in termine di ascolti”.

Il magistrato Giuliano Mignini, che ha coordinato le indagini sul delitto Narducci, seguendo la pista perugina del mostro di Firenze, però, si è lamentato.

“Quanto alle lamentele devo dire che intanto ha rilasciato una lunga intervista all’hotel Brufani a Luciano Palmerini, un registrato di alcune ore che poi non potevano finire nel documentario. È stata scelta la parte più forte, ma prima che andasse in onda il tutto è arrivata una diffida a pubblicare quella intervista. Ho visionato il montaggio e secondo me era bellissimo, c’erano quasi tutte le cose che secondo Mignini non sono entrate nel documentario, espresse in 5 minuti, compresa la ricostruzione del doppio cadavere. Vorrei capire perché non ha voluto che quello che ha detto andasse in onda”.

La vicenda perugina, del medico Narducci, è costata molto a Mignini e a Giuttari, poi c’è la sentenza Micheli e la Cassazione che la annulla, quei richiami alla giornalista Carlizzi. Non è piaciuta la ricostruzione?

“Il documentario, poi, non afferma sic et sempliciter che la vicenda Narducci sia nata dall’interessamento della Carlizzi. E, comunque, ciò che sostiene Pino Rinaldi su questi fatti attiene a una legittima libertà del giornalista. Nel documentario c'è tutta la parte in cui racconto che io parlai di Narducci a Michele Giuttari, già nel 1995, appena arrivò a dirigere la squadra mobile di Firenze chiamato da Pierluigi Vigna. Gli dissi che a Perugia, soprattutto tra i medici, era vox populi che Narducci fosse implicato nella vicenda del Mostro. Gli raccontai, sostengo durante il documentario, che le prime ‘soffiate’ le ricevetti nel 1990, quando fui anche avvicinato in corso Vannucci da quel politico perugino che mi consigliò di lasciar perdere. Ovvio, dunque, che la pista Narducci era valida e non capisco perché Giuliano Mignini non lo ha voluto che la parte di sua intervista che lo confermava fosse inserita nel documentario. Lasciandomi in qualche modo da solo, unica voce, sebbene umilmente giornalistica, a spiegare il caso Narducci anche dal punto di vista investigativo”.

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