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Giovane avvocatessa uccisa a fucilate, Francesco Rosi condannato in Appello: le motivazioni dei giudici

Francesco Rosi, reo confesso per l’omicidio della moglie Raffaella Presta e' stato condannato in secondo grado a trent’anni di reclusione con la formula del rito abbreviato. Ecco perché

Francesco Rosi, reo confesso per l’omicidio della moglie Raffaella Presta e condannato in secondo grado a trent’anni di reclusione con la formula del rito abbreviato, non solo ha maltrattato la moglie, ma ha sparato con l’aggravante di aver agito alla presenza del figlio minore che il giorno della tragedia (25 novembre 2015, ndr) era presente nella villetta del Bellocchio dove si è consumato il delitto.

Nelle 55 pagine di motivazioni con cui la Corte d’Assise d’Appello di Perugia ha parzialmente riformato la sentenza emessa dal gip il 12 novembre del 2017, i giudici hanno concesso le attenuanti generiche con giudizio di minusvalenza rispetto alle aggravanti contestate, confermando per l’ex agente immobiliare la condanna trent’anni di carcere. Ma sui punti chiave del ricorso in Appello presentato dalla difesa di Rosi – gli avvocati Francesco Cappelletti e Fabrizio Masetti – i giudici della Corte hanno ritenuto infondato l’esclusione dell’aggravante dei maltrattamenti in famiglia battuta dai legali dell’imputato che nell’appello avverso alla sentenza di primo grado, avevano escluso quella subordinazione/subalternità della moglie dei confronti del marito, anzi. “Dalla copiosa mole documentale – era la posizione della difesa - emerge un’ evidente posizione di predominanza caratteriale della donna nei confronti del marito, spesso accusato di essere un inetto, un debole, incapace di avere una vita propria"-

Scrivono i giudici della Corte d’Assise di Appello di Perugia. “(…) Alla stregua degli apporti probatori disponibili risultano conclamati almeno otto episodi lesivi per il periodo andante dal Gennaio 2015 al 25.11.2015 data dell’omicidio dei quali il primo giudice ha effettuato un’analitica rassegna valutando le prove afferenti a ciascuno dei detti episodi”. E che, nonostante le ultime conversazioni disponibili tra Raffaella Presta e Francesco Rosi, relativo all’ultimo periodo di convivenza, abbiamo registrato “un atteggiamento critico ed assertivo della stessa nel quale potrebbe ravvisarsi una qualche sua capacità reattiva alla sconclusionata condotta del coniuge”, per i giudici la Presta non ha mai reagito. Reagito, appunto, alle “plurime imposizioni” e “insulti lesivi” dei quali era stata fatta oggetto. Inoltre Raffaella avrebbe tentato di reggere il "doloroso menage familiare nella prospettiva di un cambiamento del Rosi". 

Per quanto riguarda la mancata concessione dell’attenuante della provocazione invocata dalla difesa di Rosi, nelle motivazioni della sentenza c’è il dato della relazione tra coniugi “disfunzionale” ma non segnata da una condotta sprezzante di Raffaella, che subendo i maltrattamenti da parte del marito aveva provocato in lei “uno stato emotivo pesantissimo”.

Infondata, per i giudici, anche l’esclusione dell’aggravante di aver agito alla presenza del minore. I due colpi di fucile – ricostruiscono i giudici – diretti alla moglie erano stati esplosi da Rosi dall’area della porta di ingresso della camera collocata a breve distanza dal bagno dove si trovava il piccolo e che quindi “ha ben percepito la commissione del reato anche il relazione del fortissimo rumore prodotto dalle due esplosioni nell’ambiente chiuso di casa”.

Parzialmente riformati gli importi dei risarcimenti delle parti civili: 250mila per ciascun fratello (difesi dagli avvocati Federico Grosso e Luigi Matteo) e 350mila per la madre (difesa dall’avvocato Fulvio Simoni) e il padre di Raffaella (difeso dall’avvocato Marco Brusco). Confermato a un milione e 250mila euro il risarcimento per il figlio. Nel processo si sono costituite parte civile anche l’associazione Libera..Mente Donna e il Centro Pari Opportunità con gli avvocati Maurita Lombardi e Gemma Bracco.

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