Correva l'anno... di Marco Saioni | 1911, l'amante sotto il letto del magistrato: sei colpi di revolver e un'assoluzione

Storia di un processo che suscitò grande clamore e curiosità nella Perugia di allora: l'amante si salvò nonostante un colpo ai "gioielli di famiglia"

di Marco Saioni
Un fremito collettivo percorreva la città. Era un diffuso darsi di gomito in quel dicembre del 1911. Perugini di ogni ceto sociale in ansia per un evento che sarebbe andato in scena nelle aule del tribunale. Altro che cinematografo o teatro. Certo, data la particolare natura del caso, le prime fasi del dibattimento furono celebrate a porte chiuse ma per l’arringa difensiva si prevedeva ressa. E poco male se i sorsi più frizzanti si sarebbero gustati in versione “scialita” dai resoconti di stampa. Protagonisti del fattaccio, un magistrato, la sua esuberante signora e un ragioniere crivellato di colpi. Ad aggiungere pepe in una vicenda rovente concorreva inoltre la nomina di un difensore eccellente, l’onorevole, avvocato Cesare Fani, rinomato principe del foro.

Che il giudice in questione avesse la moglie chiacchierata non era un mistero in città. La signora era solita coltivare amicizie maschili, in assenza del marito, per quanto apparisse a lui devotissima in ambiti pubblici. Lontana dai consueti canoni di avvenenza, almeno secondo i resoconti di stampa che la raccontano ”bassa e pingue, impacciata nel camminare e con un aspetto da provinciale” irretiva il maschio come le sirene di Ulisse. Che fosse consapevole o meno della vocazione della consorte, il marito si era mostrato sempre pronto al perdono e perdutamente innamorato.

Però quel mattino d’autunno il giudice non resse all’ennesima lettera anonima. Salutata la consorte per recarsi al lavoro, rincasò dopo mezz’ora. Avvertì subito un certo trambusto. Chi c’era in casa? Niente per cui preoccuparsi, interviene la moglie, è solo un signore che intendeva spiegare alla padrona di casa l’inconsistenza di certe lettere anonime. L’ardita argomentazione ebbe un solo effetto, quello di aprire la caccia all’intruso. Sotto il letto della domestica, la sagoma rannicchiata del ragionier Agretti Enea, impiegato della Banca d’Italia, coniugato con prole, divenne allora il bersaglio del suo revolver. Accantonato l’aplomb imposto dal ruolo, il giudice vuotò il caricatore. Tutti a segno i colpi, compreso quello, non è chiaro se intenzionale, finito tra i gioielli indiscreti del contabile. Ma adesso si palesava l’onta del carcere e la fine delle travolgenti carezze dell’amata e tumultuosa consorte.

L’imputazione di tentato omicidio pesava, anche perché sei colpi sparati quasi a bruciapelo, erano cosa complicata derubricarli in tragico incidente. Per questo il collegio difensivo volle avvalersi del famoso avvocato, alla cui arringa difensiva accorse una moltitudine. Prevedibile la strategia, volta ad esaltare le doti morali e professionali dell’infelice magistrato, cui toccò in moglie una spregevole “ninfomane”. Probabilmente i bioritmi della signora esulavano dagli standard coniugali e in ogni caso si palesarono subito ingovernabili per un solo marito.

Su questi “amori senza numero” acclarati da testimonianze e confermati da un “turpe epistolario”, l’avvocato gira la lama con estro teatrale. “Femmina adultera e mendace”. Come quella volta che, tornato da Ponte Felcino, non la trovò in casa. La cercò per ore prima di cadere stremato sul divano. “Ebbe, la fedifraga, la faccia di giurare sulla Madonna. Ma quale amante, se era stata in chiesa per tutto il tempo a fare le sue devozioni”. Sublime. Per essere devota lo era davvero, magari più al dio pagano Priapo che non all’immacolata. Qualche riferimento anche per l’amante, incredibilmente sopravvissuto, seppure con più buchi di una fetta di emmenthal. 

Se l’era cercata, in buona sostanza, in quanto “ladro dell’onore altrui”. Al dunque il magistrato “aveva solo un difetto, quello di aver amato questa donna”. Lacrime dell’imputato. E’ evidente dunque che il suo gesto andasse inquadrato in un momento di profondo annebbiamento della ragione, in altre parole, agì completamente flippato. Corali acclamazioni di assenso e pochi minuti per il giudizio di assoluzione. Tutto finì bene, dunque, anche per il ragioniere, tutto sommato, che sarebbe tornato alla sua banca senza particolari disfunzioni, salvo, forse, quelle lì.

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