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Caso Marra, le vicine in aula: "Abbiamo visto un uomo affacciarsi alla sua finestra"

Penultima udienza del caso Marra prima della pausa natalizia. In aula scontro tra difesa e accusa su degli atti mai depositati. Ma è importante la deposizione delle vicine di casa di Sonia che hanno visto spesso un uomo a casa sua...

Non c’è tregua. Non c’è pausa. Un’udienza che dura quattro ore filate. La Corte ascolta e assimila ciò che i testimoni affermano in quell’aula degli Affreschi, situata al piano meno due del tribunale di Perugia, in piazza Matteotti. La sala d’aspetto oggi, 27 novembre, è affollata come sempre. Ad aspettare chi ha incontrato anche solo per caso Sonia Marra, la ragazza scomparsa il 16 novembre del 2006. Presente in aula Umberto Bindella, maglioncino beige e camicetta bianca. Non sembra accusare la tensione del processo che lo vede imputato per omicidio volontario e occultamento di cadavere della studentessa pugliese. Sorriso calmo, ascolta anche lui, qualche domanda agli avvocati, in momenti di smarrimento, e sguardo fisso verso la Corte.

A salire in quel banchetto al centro dell’aula è il maresciallo Melito e cioè colui che si è occupato di repertare le impronte digitali nella casa di Elce in cui viveva Sonia Marra prima della scomparsa. “Ma è mai possibile che le impronte fossero solamente due”, chiede l’avvocato Egidi. “Per esperienza – risponde il Maresciallo – posso affermare con certezza che non tutto ciò che si tocca riesce a cattura l’impronta di un uomo. Spesso dipende dalla superficie ed è per questo che il campo si limita molto”. Insiste il legale. Il pubblico ministero, Giuseppe Petrazzini, si infervora: “Non capisco cosa c’entra questa con i fini del processo”.
    
Presente la famiglia Marra. Non batte ciglio. L’avvocato viene “scomodato” poche volte, se non dalla sorella di Sonia, distante dalla famiglia e seduta in una panca di legno ai margini dell’aula. Entra l’assistente capo della polizia di Stato Palmieri. Vengono proiettate le immagini delle sovrapposizioni effettuate da lui stesso. Protagonista delle immagini Umberto Bindella. Alla sua figura è stato, infatti, sovrapposto un cappotto. Lo stesso con cui avrebbe dovuto uccidere, secondo l’accusa, proprio la giovane. La difesa punta il dito: “Il corpo che vedete non è quello dell’imputato, solo la testa è la sua. Quindi quella che viene mostrata non rispecchia le caratteristiche fisiche di Bindella”. C’è perplessità tra la Corte. Si chiede chiarimenti. Petrazzini: “Sì, quella (riferendosi alla foto, ndr) è la faccia di Bindella, ma il corpo, e cioè il mezzobusto, non appartiene a lui”.

C’è un altro album però che l’accusa non conosce. Ed è quello fatto produrre dal pubblico ministero e mai depositato. Si fa appello al Codice di procedura penale. Il giudice Cenci rilegge la norma attentamente. Petrazzini chiarisce: “Se una prova non viene depositato io non sono tenuto a informare la difesa della sua esistenza, perché ritenuta una prova che non ha valore e che non verrà mai presa inconsiderazione”. La differenza è sottile, ma si dispone comunque che l’album fotografico venga assimilato dalla Corte come prova.

A deporre anche le figlie dei vicini di casa di Sonia. “Ho visto un uomo rasato che a volte fumava in finestra”. Ma la Paccoi vuole sapere di più: “Lei ha mai visto Sonia fumare?”. Torna quindi a parlare di quel pacchetto trovato in casa. Lo stesso pacchetto di Malboro rosse che la difesa vuole assolutamente accertare che appartenga alla studentessa scomparsa. Ma alla domanda se Sonia fumasse, viene più volte detto di “no”. Tra i testimoni anche il perito di infortunistica stradale, Anticaglia Maurizio, questa volta si vuole appurare se l’auto di Bindella, una Saxò, fosse dal carrozziere, a causa di un sinistro. Ma l’uomo non sembra ricordare. Sono troppe quelle 150 perizie che effettua ogni mese per far posto ai ricordi. 

È mezzogiorno e mezza. La sala d’aspetto si è ormai svuotata. Ultimo rimasto è il collega dell’imputato. “Mi ricordo che mi disse di essere stato sentito da un maresciallo per la scomparsa di una ragazza, ma che con lei non aveva avuto nessun rapporto se non per un corso di teologia”. Una piccola contradizione, perché Bindella quei rapporti con Sonia Marra sembra appurato, così afferma l’accusa, che li avesse avuti più di una volta. Il 20 dicembre sarà la volta di altri quindici testimoni, tutti pronti ad avvicinare, se pur di uno solo tassello, a una verità che non trova pace.

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