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Vola alta, fra le Nuvole, la poesia di Carlo Mosca

Si chiama proprio “Nuvole”, l’ultimo libro del poeta ternano, che è anche pittore e raffinato designer

Vola alta, fra le Nuvole, la poesia di Carlo Mosca. Si chiama proprio “Nuvole”, l’ultimo libro del poeta ternano, che è anche pittore e raffinato designer. Uno scrittore ampiamente, e meritatamente, celebrato dalla critica nazionale, con accreditamento di autori come Politi, Bassani, Lenisa (Allegrini, lo dico sottovoce) e Sandro Gros-Pietro. Nella cui collana di poesia (Genesi editore) compare il nostro Carlo, col numero di pubblicazione 608, e prefazionato dal direttore.

Mosca è uomo di eccezionale sensibilità, celebrato anche nell’antologia “Poesia Umbra Contemporanea” e dentro “Linea Umbra” di Carucci editore. Oltre che in riviste di rango come “Vernice”.

Una decina le pubblicazioni edite con successo, cui fa seguito questa che Mosca propone con grande freschezza, con la leggerezza delle sue quasi novanta primavere di una vita trascorsa fra tele e libri, congiunti da un’inscindibile filo rosso di artista generoso e polimorfo.

“Nuvole” costituisce – se si vuole – una sorta di autobiografia poetica. Una scrittura svincolata dai lacci della forma chiusa, ma composta, sobria e vigilata. Anche quando affronta argomenti ostici o misteriosi come il tema dell’esistenza.

La silloge si apre col ricordo della prima poesia, scritta a soli diciassette anni, quando, dice Carlo, “sperimentavo il fascino dell’innamoramento: i monti intorno a Visso a testimoniare”.

Proprio “Nuvole” ne era il titolo: “Fuggire di nuvole in cielo, un’immensa / corona d’immoti giganti, due piccole / ombre a stupire d’amore // Lo stelo piegato d’un fiore / e l’ansia di cose più grandi / nel turbine breve del vento”. Chiusa da tre novenari di grande raffinatezza.

Tutte belle le poesie, a raccontare storia e storie individuali e collettive. A far capo da “Un padre” in cui facciano conoscenza col babbo ciabattino, poi combattente, poi amante del teatro e della lettura. Fino a fargli esclamare: “Io sono allora mio padre, a volte / figlio dei miei figli. / A presto, papà!”.

E poi la morte vista come un clown nel gioco eterno e misterioso della vita: un clown che “piace ai bambini e questo è molto triste”.

E dopo l’incipit… l’explicit. Con “Finzioni”: “Fingendo di non temere la morte vivo a scampoli / di vita ubriaco di sogni e fantasie, / immaginando l’assurdo”.

Una fine vista come: “La morte, nuda, avanza lentamente, calpestando / sogni infranti e cuori di velluto: ma la vita / è il collante che unisce chi la onora”

A chiudere con “La domanda”, sintesi estrema in un “Perché? E Covid 19 incombe”. Come una catastrofe inarrestabile. Forse una catarsi.

Ancora tanti di questi libri, a noi e a Carlo. Per imparare che “la morte si sconta vivendo”. A intercettare domande, più che trovare risposte. Nell’eterna incertezza dell’avventura esistenziale. Perché è questa la legge cui tutti siam soggetti, obtorto collo.

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