Lectio magistralis di Adamo Scaleggi, il "mago" dell'Arco Etrusco

Partecipata lectio magistralis, al Museo archeologico nazionale dell’Umbria, tenuta dal principe dei restauratori, Adamo Scaleggi, introdotto dalla direttrice Luana Cenciaioli

Partecipata lectio magistralis, al Museo archeologico nazionale dell’Umbria, tenuta dal principe dei restauratori, Adamo Scaleggi, introdotto dalla direttrice Luana Cenciaioli. Suoi i restauri dell’Arco Etrusco, del Lapidario del Manu… di innumerevoli lacerti d’antichità in Umbria e non solo.

Ma cos’è l’arte del restauro? Dice Scaleggi: “È scienza della conservazione e mezzo per restituire peculiarità tecniche e stilistiche di reperti, monumenti, emergenze storico-antiquarie”. La conversazione viene seguita con attenzione da numerosi specializzandi di archeologia, venuti col loro docente Alfredo Bellandi. Ma sono molti anche i cittadini comuni, o gli esperti, come l’archeologa Eugenia Feruglio, il geometra Sergio Vergoni, che di Scaleggi fu “complice” nel restauro della Porta Pulchra. “Il restauro – precisa Scaleggi – presuppone il possesso di cognizioni di studio, di adeguate metodologie tecnico-scientifiche, della conoscenza di materiali in rapida evoluzione”

Poi si dilata nello spiegare come si sia dipanata, attraverso i secoli, l’arte del restauro. Smentendo, fra l’altro, la tesi di Winckelmann che voleva sistematicamente bianche le opere statuarie e scultoree del mondo etrusco e greco-romano. Dimostrando, con esempi tangibili, come il mondo antico fosse tutto “a colori”. Solo che questi colori sono stati obnubilati da concrezioni, patine, segni inequivocabili del tempo “edax rerum”.

Scaleggi racconta come il greco Pausania, viaggiatore e geografo, parlasse di un Partenone rosso e d’oro. Poi cenni sulla scialbatura (copertura con latte di calce, ossia carbonato di calcio) e la diegesi di come i grandi artisti del passato (Michelangelo, Cellini) fossero anche accorti restauratori del marmo e del bronzo. Qualche passaggio interessante sul lavoro alla Porta Borea e alla rubricatura di quelle lettere (Augusta Perusia – Colonia Vibia) col rosso dell’ossido di ferro. Quindi tanti mosaici, fra i quali quello di Santa Elisabetta alla Conca, e poi le pitture murali della cosiddetta Casa di Properzio, in Assisi. Insomma: peccato per chi ha perso la dotta e gradevole lezione del “princeps restitutorum”.

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