Le radici culturali dell’Europa, Moni Ovadia a Palazzo Gallenga

Nell’àmbito del quinto appuntamento del laboratorio “Perugia Globale”, curato dal docente Mario Giro, Ovadia ha tenuto un’applauditissima relazione, intrisa di cultura e consapevolezza europea

Alla Goldoniana di Palazzo Gallenga, Moni Ovadia parla delle radici culturali dell’Europa. Nell’àmbito del quinto appuntamento del laboratorio “Perugia Globale”, curato dal docente Mario Giro, Ovadia ha tenuto un’applauditissima relazione, intrisa di cultura e consapevolezza europea. Non un orgoglio “ebraico”, ma una persuasa appartenenza alla cultura e all’intelligenza del convivere, riassunta dalla stessa persona dell’autore-attore nato in Bulgaria, cresciuto a Milano, portatore di un cospicuo patrimonio di lingue nazionali e locali.

Europa, come melting pot di popoli e di patrie, distrutto dagli insensati nazionalismi.

Da dove ripartire per ricostruire l’Europa? Ovadia non ha dubbi: dalla cultura.

“Se vendessimo tutto – dice – cosa sarebbe di noi e della nostra identità? Perché identità è cultura. Quella stessa cultura che l’insipienza degli egoismi ha ridotto a fanalino di coda delle priorità nell’agenda politica europea”.

“C’è perfino chi – coi finanziamenti europei – mette in atto politiche apertamente antieuropee”.

“Ci vorrebbe – afferma – un Erasmus permanente: l’unica vera e degna iniziativa che riflette l’apertura dei confini e delle menti”.

L’esposizione è stata arricchita da aneddoti, anche di carattere personale. Come quelli legati al pessimo rapporto mediatico con alcuni esponenti della politica nazionale.

“Fra un anno e qualche mese – ha aggiunto provocatoriamente Ovadia – compirò il 75.mo anno di età. A quel punto, se dirò ciò che penso di certi personaggi: non potranno che darmi i domiciliari. Periodo che utilizzerò per scrivere cose anche peggiori di quelle verbalmente affermate”.

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Una minaccia o una promessa? Certo che Ovadia non teme di chiamare le cose col loro nome. E ha la capacità di non lasciare indifferente chi lo ascolta.

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