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INVIATO CITTADINO Alla Domus Pauperum della Mercanzia scopriamo un Dante fantasy con elfi, streghe e… lupi mannari

Ne ha parlato in modo brillante, ma assai poco convincente, Dario Rivarossa, autore del libro “Dante era uno scrittore fantasy”

Alla Domus Pauperum della Mercanzia scopriamo un Dante Fantasy, con elfi, streghe e…lupi mannari. Ne ha parlato in modo brillante, ma assai poco convincente, Dario Rivarossa, autore del libro “Dante era uno scrittore fantasy”: vampiri, lupi mannari, elfi, draghi e altre cosette… ovvie per i lettori medievali della Commedia.

Abbiamo così scoperto che il divin poeta non ne azzeccava una. Una gaffe dietro l’altra. In politica era una capra, tanto da non capire la statura di un tipetto come Filippo IV, detto il Bello.

Dante si autocelebrava, pur non capendo una mazza di storia romana, per la quale pure disponeva di fonti che autorevoli è dir poco. Ossia: le stesse delle quali disponiamo oggidì.

Quanto, poi, allo sfoggio di cultura: traduceva sbagliato un passo latino, ne equivocava grossolanamente uno in greco e sparava cavolate su roba ebraica. Roba da rimandare a ottobre il suo Maestro Brunetto Latini, didatta da strapazzo, fatta salva la par condicio di… orientamenti.

Autodidatta di genio, Dante, ma con lacune grosse come lagune. Carattere sgradevole e antipatico. Giovanni Pascoli ha scritto ben tre libri sul Sommo, ma ha rinunciato a farne un quarto per il quale aveva i materiali bell’e pronti. Il conformismo dilagante della sovrastima dantesca lo avrebbe fatto a pezzi.

Dante racconta il folclore medievale. Si ritrova nella selva tra elfi e folletti che gli fanno perdere la dimensione del tempo. Perché non li cita? Perché nel mondo medievale il fantasy era consustanziale alla cultura corrente.

E veniamo al conte Ugolino della Gherardesca: è evidentemente un licantropo che abbaia alla luna e poi, lupo mannaro, divora i propri figli. Un conte Dracula messo a capo dell’Avis. Un cane: lo si desume dallo scrocchio dei denti che divorano il cranio dell’implacabile nemico. Uno sguardo torvo, vampiresco.

E il commento del figlio Jacopo, subito dopo la morte di Dante? Divertente, ma irrituale. Doveva trattarsi di uno sbandatello, come il babbo.

Non c’è che dire: una conversazione “divertente”. Anche se smentisce biblioteche scritte sull’argomento e vite spese in inutili commentarii, dal Boccaccio ai giorni nostri.

Si dice che, nel coro, la voce dello stonato possa avere una funzione. Quella di far capire agli altri che stanno sulla retta via. Sta di fatto che i professori Carlo Pulsoni, studioso di filologia romanza, e Franco Mezzanotte, medievista, se la svignano alla chetichella. Come l’Inviato Cittadino che tornerebbe a casa con la coda tra le gambe… se l’avesse.

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