L'INDAGINE | Le piccole e medie aziende umbre con il fiato cortissimo: non ci sono i soldi per pagare fornitori e tasse

Indagine su 126 scelte in base a dimensione economica e settore merceologico. O si trovano le giuste politiche o il 50 per cento rischia di chiudere entro un anno. I settori che tengono e quelli che stanno per sprofondare

Quando si parla e si scrive di tsunami finanziario che rischia di fare più vittime del coronavirus, come dimostrano i dati ufficiali e quelli delle agenzie private, non è certamente una esagerazione. Senza imprese, senza autonomi, senza commercianti non ci può essere una ricchezza diffusa; lo Stato - inteso ad oggi come lo conosciamo - non può certamente assumere tutti nelle sue mille e più sfaccettature. Il Fondo Monetario parla per l'Italia di una perdita del Pil di 9,1 punti percentuali. Che vuol dire? Semplice: aumento della disoccupazione, ricorso sistematico (ma per quanto?) al welfare, chiusure in serie di attività e industrie, spopolamento dei territori e rischio di drammi umani (impennata dei suicidi per debiti) e rivolte sociali (di cui lo stesso Viminale si dice preoccupato tanto da chiedere un monitoraggio ai Prefetti seppur basato sul rischio delle associazioni criminali che potrebbero, per i propri fini, cavalcare l'onda della disperazione). Lo tsunami finanziario si sta abbattendo su tutto il sistema italiano e in particolare quello umbro, già fortemente provato alla crisi del 2007 che aveva già drammaticamente ridimensionato il Pil regionale che equivale alla capacità di spesa e di ricchezza dei singoli cittadini.

grafico-tasse-2Lo studio dell'agenzia umbra specializzata in economica aziendale, Acacia group, non sarà certamente paragonabile all'autorevolezza del Fondo Monetario internazionale ma dà una idea delle difficoltà degli imprenditori nel presente e immediato  futuro che ci aspetta, salvo azioni mirate a livello nazionale ed europee. Su 126 imprese interpellate - scelte in base a dimensione economica e settore merceologico - il 34 per cento ha ammesso che è in grado di resistere e tenere aperto al massimo altri 12 mesi. Una resilienza a corto respiro. A questi si devono aggiungere e sono molti quelli che ancora non hanno potuto fare un monitoraggio ma si dicono preoccupati. Il dato sale intorno alla soglia del 50 per cento.  "La maggiore resilienza - emerge dall'analisi di Acacia Group - è quella palesata dalle telecomunicazioni, dalle utilities gas ed elettricità, dal settore informatico e da alcuni comparti della meccanica. Mentre è critica la situazione nei comparti della moda e del commercio (auto in particolare)".

grafico-2-2Il 26% delle società meno strutturate prevede perdite tali da intaccare significativamente il patrimonio netto entro fine anno, determinando la necessità di un aumento di capitale. Nota particolare va per la gestione degli incassi. "Grave infatti la situazione degli insoluti: il 62% delle imprese hanno dichiarato di avere fatture insolute da parte dei clienti, di cui il 18% per una percentuale compresa tra l’8% ed il 22% del fatturato". Dalla ricerca umbra emerge chiaramente la difficoltà di liquidità degli imprenditori:"Il 62% degli imprenditori ha dichiarato che di trovarsi nella condizione di non poter adempiere al versamento delle tasse. Drammaticamente peggiore la percentuale delle imprese che si trovano nelle condizioni di non poter pagare regolarmente i fornitori nei prossimi 60 giorni".

Alla domanda “Come valuta il decreto legge Cura Italia?”, il 22% non vuole o ritiene troppo presto esprimere un giudizio, il 67% lo giudica negativamente, solo il 11% ritiene sia positivo. Tra le motivazioni di un giudizio così duro da parte delle aziende, il fatto che, secondo loro, in questo momento, il Governo non sta facendo il meglio per tutelare il mondo produttivo (16%), perché i politici non hanno percezione di cosa sia veramente l’industria (14%), perché non ha focalizzato abbastanza il suo intervento sulle PMI (21%), perché non ha messo in campo abbastanza risorse finanziarie (12%), perché manca una politica industriale (8%), altre motivazioni aggregate coprono il restante 29%. Vanno comunque dette due cose, in favore del Governo: che una crisi come questa era inimmaginabile e non c'erano soluzioni su cui poggiare l'operato. Secondo aspetto: in pieno regime di Unione Europea è obbligatorio confrontarsi, mediare con gli altri partner che giocano, purtroppo a fare più i propri interessi nazionali, che affrontare la questione come continente politico unito.  

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LA CONCLUSIONE - “Quello che chiedono le PMI – ha concluso Francesco Pace di Acacia Group – sono risposte vere. Si lavori per far ripartire la domanda sul mercato, soprattutto interno, per riavviare l’economia vanno favoriti anche gli acquisti della PA di prodotti e servizi di aziende italiane; vanno fatte azioni per non perdere terreno con competitor esteri; bisogna rilanciare le grandi opere. Ora come non mai, è necessaria una politica industriale che elimini le deficienze che l’Italia ha e che frenano lo sviluppo imprenditoriale. Spero vivamente che il Covid-19 colpisca e annienti (metaforicamente) le disparità e le ingiustizie di questa Europa, e che l’UE segua il progetto vero per cui è stata costituita.” La ricerca è un punto di vista e al di là del giudizio sul governo - come sempre confutabile - dà però uno spaccato dei rischi entro pochi mesi che corre il sistema umbria. 

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