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La ricerca di Aur | Post pandemia: aumentano i lavoratori umbri che lasciano il lavoro anche alla ricerca di una vita diversa

Il fenomeno degli abbandoni dei contratti a tempo indeterminato da parte dei lavoratori è in aumento. In Umbria la media è quasi doppia rispetto a quella nazionale. Non vi è dubbio che il periodo della pandemia abbia fatto maturare – tra molte altre riflessioni, reazioni, comportamenti – una diversa consapevolezza delle proprie priorità di vita. Tra le persone con un impiego, ha cominciato a serpeggiare una sorta di insoddisfazione nei confronti della propria condizione occupazionale, anche a tempo indeterminato: nel primo semestre 2021, rispetto allo stesso periodo del 2019, le dimissioni volontarie dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato del settore privato sono cresciute nella nostra regione del 7,6%, a fronte del 3,7% italiano. Molto più elevata è la crescita rispetto al 2020 ma il congelamento del mercato nello scorso anno rende poco significativi i tassi di crescita.

Nel primo semestre 2021, le 7.443 cessazioni di lavoro a tempo indeterminato all’interno del campo di osservazione di riferimento accumulate in Umbria sono costituite in 5.546 casi da dimissioni pari al 77%, a fronte del 73% nazionale. Nello stesso periodo del 2019 l’abbandono volontario di occupazioni a tempo indeterminato costituiva in Umbria il 60% delle cessazioni (il 58% in Italia) e nel 2014 il 47% (contro il 50% nazionale). La composizione per età dei tempi indeterminati nel mercato italiano e umbro, incide naturalmente sulla composizione delle relative dimissioni: i lavoratori dai 30 ai 50 anni concentrano, nel primo semestre 2021, il 54% delle dimissioni, in Umbria così come in Italia. Il motivo è semplice: al 2020 i giovani con meno di 30 anni sono il 13% circa del totale dei lavoratori. Segue la fascia dei lavoratori ultra cinquantenni, che assorbono il 35% in Umbria (il 29% in Italia); da ultimo i più giovani, che rappresentano l’11% del totale dei dimissionari nella regione, contro il 17% in Italia).

In definitiva, da gennaio a giugno 2021 in Umbria si sono dimessi 655 occupati a tempo indeterminato che operano nel privato con meno di 30 anni, oltre 3 mila nella fascia d’età 30-50, 2mila ultra 50 enni, seguendo una crescita rispetto al 2019 che risparmia la coorte più giovane. Spiega Elisabetta Todini, ricercatrice presso l’Agenzia Umbria Ricerche: “Siamo di fronte a un vero e proprio mutamento sociale sospinto da nuovi riferimenti valoriali: sono i giovani i più coraggiosi – e dunque più la generazione Z – cioè coloro nati tra la fine degli anni ’90 e la fine degli anni 2000 - che quella dei Millennial, i nati tra il 1980 e il 1996, – a lasciare più spesso il proprio lavoro in modo volontario, mossi dall’esigenza di un’occupazione che salvaguardi innanzitutto l’aspetto motivazionale; è tra i più giovani che conta maggiormente essere valorizzati all’interno di un’organizzazione, avere incarichi più mirati e soddisfacenti, chance di carriera, la possibilità di gestire in maniera flessibile il proprio tempo di vita. In buona sostanza, l’importanza della realizzazione nel lavoro, per una vita soddisfacente, diventa una priorità che li spinge a cambiare, se necessario, il proprio status anche in mancanza di un’alternativa immediata, preferendo magari forme lavorative di tipo autonomo, in nome del motto ‘Puoi vivere solo una volta’ (You Only Live Once)”.

Il fenomeno delle dimissioni dal lavoro è sicuramente sempre esistito, ma ha registrato una forte crescita. A livello globale, secondo lo studio McKinsey, si stima che, entro il 2021, 4 lavoratori su 10 sono intenzionati a cambiare lavoro; in Italia, da quanto emerge dal rapporto pubblicato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nel primo semestre di quest’anno, 2 cessazioni di rapporto di lavoro su 10 sono attribuibili alla volontà del dipendente: oltre 836 mila occupati hanno rassegnato le proprie dimissioni – al netto delle richieste di pensionamento – con un incremento dal primo al secondo trimestre del 38%.

Ma quali sono i motivi che hanno portato a una scelta così drastica? Sicuramente la ricerca di un’attività più flessibile in nome dell’equilibrio tra lavoro e vita privata o di incarichi più idonei alle proprie competenze e più gratificanti, non solo da un punto di vista retributivo, oppure ancora essere arrivati al punto di rottura provocato da sedimentati aggravi di lavoro non controbilanciati da adeguati riconoscimenti o sicurezze per il futuro. È la great resignation, la grande ondata di dimissioni da parte di molti lavoratori che sta cominciando a generare seri problemi all’operatività di un numero sempre più ampio di imprese.

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