Via Oberdan, Danielle uccisa dopo un volo dalle scale: l'omicida gioca l'ultima "carta"

La difesa di Renata Kette ha presentato ricorso per Cassazione. La data è ancora da fissare. L'imputata è stata condannata in primo e secondo grado a trent'anni di reclusione

Sia il primo che il secondo grado di giudizio avevano confermato la condanna a trent'anni per Renata Kette, la 56enne di origini albanesi che il 27 maggio del 2016 uccise la 73enne Danielle Claudine Chatelain, madre della sua ex compagna scomparsa qualche tempo prima a causa di una malattia.

La Corte d'assise d'appello di Perugia nel novembre dello scorso anno aveva confermato la condanna a trent'anni già inflitta dal gup Alberto Avenoso in primo grado dove l'imputata è stata giudicata con rito abbreviato. Anche in Appello i giudici avevano confermato la circostanza aggravante dei futili motivi. Punto, quest'ultimo, oggetto di ricorso in Cassazione. 

Via Oberdan, uccisa dopo un volo giù dalle scale: nessuno sconto di pena per l'omicida

Quello della povera Danielle è stato un delitto che ha scosso non solo il quartiere, ma l’intera città. Un dramma nel dramma perché Danielle Claudine Chatelain, dopo aver perso il marito e poi l’unica figlia per una malattia devastante, fu uccisa da Renate Kette perché - secondo la procura - non voleva “essere cacciata da casa”.

La convivenza tra Kette e la vittima Danielle si sarebbe incrinata dopo la morte della figlia tanto che, poco prima del trasferimento in un'altra casa, la vittima le avrebbe comunicato di non voler proseguire la sua convivenza con lei. "Kette - scriveva la difesa nel ricorso in Appello- non ha chiesto e non ha imposto alla Chatelain di rimanere in quella casa. Le aveva chiesto solo di poter rimanere cinque giorni per trovare poi altra sistemazione. Danielle le aveva risposto fermamente di no apostrofandola con disprezzo per poi girarle le spalle per uscire dall’abitazione". A questo punto sarebbe scattato il “raptus” come lo definisce la stessa imputata. Anche nel ricorso per Cassazione la difesa punta a sottolineare come il delitto non fosse la manifestazione del proposito, ma la "reazione sonsiderata" di una persona ferita e "abbandonata". 

In primo grado la sua condotta omicidiaria fu giudicata "violenta". La vittima, infatti, dopo essere stata spinta giù per scale della palazzina dove vivevano, è stata sbattuta più volte contro un gradino. Condannata anche in Appello, ora si attende la fissazione della data per l'ultimo grado di giudizio. 

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