Via Oberdan, uccisa dopo un volo giù dalle scale: nessuno sconto di pena per l'omicida

Il secondo grado di giudizio conferma la condanna inflitta dal gup. Trent'anni a Renate kette, che il 27 maggio del 2016 uccise senza pietà la 73enne Danielle

Nessun riconoscimento delle attenuanti generiche per Renate Kette, che il 27 maggio del 2016 uccise in via Oberdan la 73enne Danielle Claudine Chatelain, madre della sua ex compagna scomparsa qualche tempo prima a causa di una malattia. La Corte  d'assise d'appello di Perugia, sciolta la camera di consiglio,  ha confermato la condanna a trent'anni già inflitta dal gup Alberto Avenoso in primo grado dove l'imputata è stata giudicata con rito abbreviato, incassando lo sconto della pena.

Anche il sostituto procuratore generale presso la Corte D'Appello, Giuliano Mignini, nel corso dell'udienza che si è celebrata questa mattina ha sollecitato la conferma a trent'anni. La difesa di Renate Kette, l'avvocato Donatella Panzarola, nel ricorso in Appello aveva chiesto di riconoscersi per l'imputata le attenuanti generiche, di non ritenere sussistente l'aggravante dei futili motivi e riconoscere la sussistenza dell'attenuante della cosiddetta provocazione. 

Quello della povera Danielle è stato un delitto che ha scosso non solo il quartiere, ma l’intera città. Un dramma nel dramma perché Danielle Claudine Chatelain, dopo aver perso il marito e poi l’unica figlia per una malattia devastante, fu uccisa da Renate Kette perché - secondo la procura - non voleva “essere cacciata da casa”.

La convivenza tra Kette e la vittima Danielle si sarebbe incrinata dopo la morte della figlia tanto che, poco prima del trasferimento in un'altra casa, la vittima le avrebbe comunicato di non voler proseguire la sua convivenza con lei. "Kette - scrive la difesa - non ha chiesto e non ha imposto alla Chatelain di rimanere in quella casa. Le aveva chiesto solo di poter rimanere cinque giorni per trovare poi altra sistemazione. Danielle le aveva risposto fermamente di no apostrofandola con disprezzo per poi girarle le spalle per uscire dall’abitazione". A questo punto sarebbe scattato il “raptus” come lo definisce la stessa imputata. 

In primo grado la sua condotta omicidiaria fu giudicata "violenta". La vittima, infatti, dopo essere stata spinta giù per scale della palazzina dove vivevano, è stata sbattuta più volte contro un gradino. Ora in Appello è arrivata la conferma della condanna, mentre le motivazioni saranno note tra 90 giorni.  

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