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Ragazze, attente! Se Costanzo non vi fa l’occhiolino, non andate a dirlo in giro

Si rinnova la tradizione di pronuba complicità del santo decollato

29 Gennaio. Festa del Patrono ufficiale della Vetusta. Ragazze, attente! Se Costanzo non vi fa l’occhiolino, non andate a dirlo in giro.

È un’antica tradizione perugina, quella della strizzatina d’occhio a indicare pronuba complicità. La frase dell’invocazione di rito era: “San Gostanzo da l’occhio adorno, famme l’occhiolino sinnò n ciartorno”. Ossia: “San Costanzo dall’occhio bello, fammi l’occhiolino, altrimenti non ci torno”.

Equivaleva a mettere in guardia il santo delle nubili, dicendogli: “Se non assecondi il matrimonio, smetterò di venerarti”.

Ci sarebbe da chiarire il motivo per cui Costanzo fosse così propenso alla formazione delle famiglie. Quando già c’era Sant’Antonio abate che “acoppiava” uomini e bestie (“Ddio li fa e Sant’Antognìn l’acòppia”).

Ma si sa che la famiglia è, ed era, un pilastro della società civile. Per cui non c’è molto da spiegare. E qualsiasi unione esce rafforzata dalla santificazione sacramentale del matrimonio.

Va invece spiegata la questione dell’occhiolino. Di solito, se si guardava con insistenza una ragazza che non gradiva certe attenzioni, ci si sentiva rispondere: “Mica n so de quille da l occhiolino”, a significare “Non sono di ‘quelle’”. Ossia: sono una ragazza seria.

C’è da ricordare in sintesi – per chi non l’avesse presente – la dinamica della situazione.

Dunque, la ragazza nubile (“zzitella”) si recava nella chiesa del Santo, sotto la Porta omonima, e fissava intensamente la rozza scultura lignea che lo effigiava. Poteva accadere che sembrasse di vedere, alla fioca e tremolante luce delle candele, che quella rustica scultura strizzasse l’occhio. Ed era fatta.

La circostanza voleva significare che entro l’anno la donna si sarebbe sposata. Ma qual era la “conditio sine qua non” perché il “miracolo” avvenisse? Era necessario che la ragazza fosse “a posto”, ossia: intatta, integra, pura come acqua sorgiva, illibata. Vergine, insomma.

Ed ecco perché, chi non avesse proprio coscienza (e imene) a posto, si asteneva dal dire chiaramente di non aver ricevuto il segno. Diceva, magari: “Me sembra… m n so sigura!”. O mentiva clamorosamente, simulando di aver ricevuto il segno. Tanto per non perdere la faccia. Poi si consolava con una fetta del dolce ispirato al santo: il famoso “tòrqlo” (si pronuncia come “brisqla, misqla), con canditi, uvetta e pinoli.

Insomma, in epoca di perbenismo, non era certo il caso di professarsi “navigata”, “varata”, “scafata”.

Il dono del dolce da parte dell’innamorato equivaleva all’assunzione di un impegno preciso (vedi il disegno di Claudio Ferracci per il mio ‘Mercante in Fiera alla perugina’).

Qualcosa di simile avveniva col torcoletto all’anice durante la Festa dell’Assunta a Monteluce. Se il “frego” lo metteva al braccio della fidanzata, l’atto equivaleva ad infilare la fede nuziale al dito. E le famiglie si preparavano ad affrontare le relative spese (corredo, vestito da sposa) e il pranzo di nozze, rigorosamente offerto dal “babo dla sposa”.

Siamo certi che, nel pronunciare la frasetta di rito, quella conclusione “sinnò n ciartorno” comprendesse anche una richiesta di comprensione, rivolta al Santo, circa una qualche colpevole distrazione durante la mietitura. O “dietr al pajèo”, ossia dietro al pagliaio, in una calda serata di giugno, in un romantico e furtivo incontro con qualcuno che poi… si era dato.

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