PERUGINERIE Quando, in via Pinturicchio, accadde quell'incidente sul lavoro… un po’ particolare

L’evento viene raccontato in forma poetica dallo scrittore fratticiolese Tosello Silvestri nella composizione “Incidente sul lavoro”. I fatti sono quelli riportati dalla vox populi e puntualmente trascritti negli atti giudiziari

Quando, in via Pinturicchio, accadde quell’incidente sul lavoro… un po’ particolare.

C’erano una volta, a Perugia e in tutta Italia, le case di tolleranza (volgarmente definite “casini”), la cui chiusura fu imposta (nel 1958) per effetto della legge che porta il nome della senatrice Lina Merlin. Anche dopo la loro chiusura (in pagina una vignetta del pittore perugino Franco Venanti), il meretricio comunque continuò.

Quelle “altre” case. C’erano una volta, fra i vicoli della Vetusta, le case d’appuntamento. Non propriamente “casini”, legalmente autorizzati al lenocinio. Si trattava di appartamenti tutt’altro che chiusi. Anzi, letteralmente spalancati a favore di uomini facoltosi, in cerca di evasioni e che potessero permettersi un po’ di… compagnia. Compensata con moneta sonante.

Accadde che un fattore di campagna, venuto in via Mazzini per trattare la compravendita di granaglie e bestiame, per gratificarsi dei buoni affari condotti in porto, andasse a pranzo al ristorante e pensasse, nel primo pomeriggio, di togliersi qualche sfizio, diciamo così, speciale.

Venne dunque in via Pinturicchio, bussando alla porta di un’abitazione in cui operavano delle signore consenzienti alla soddisfazione delle sue brame.

Una è poca ma due… possono essere troppe. Non contentandosi di una, chiese e ottenne la compagnia di ben due gentildonne. Si dette così da fare che, in action, gli prese il coccolone. Così che reclinò la testa sul guanciale, esalando l’ultimo respiro. Mettendo in crisi le due signore, le quali tutto pensavano, meno che quel cliente “se ne andasse”.

Le donne, affannate, lo rivestirono frettolosamente e lo trascinarono sul marciapiede davanti al portone. Steso a terra, una mano all’altezza del cuore, sembrava che fosse stato colto all’improvviso da un malore.

Avvisare la polizia. Col cardiopalma, le due professioniste telefonarono per avvertire, in forma anonima, la questura. In breve giunsero la polizia e il procuratore che iniziarono le indagini.

A un primo esame a vista, un po’ sommario, gli inquirenti sposarono la tesi del malore. Durante l’autopsia – in questo caso necessaria – venne però fuori un particolare che fece decisamente mutare indirizzo all’indagine, orientando diversamente l’opinione agli inquirenti.

Un particolare rivelatore. Difatti le due donne, nel rivestire frettolosamente il malcapitato, avevano infilato le gambe su una sola braca. Il che dovette suonare piuttosto anomalo, facendo insospettire gli investigatori.

A questo punto, “madame” (ossia la tenutaria della casa) e le due donne finirono davanti al giudice, con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Convinte dall’avvocato, si decisero a riferire per filo e per segno l’accaduto.

Il magistrato accolse la tesi difensiva della morte casuale decretando la piena assoluzione. In fondo – si disse – dare amore non può essere una colpa. Peggio per chi ne ha abusato.

L’evento viene raccontato in forma poetica dallo scrittore fratticiolese Tosello Silvestri nella composizione “Incidente sul lavoro”. I fatti sono quelli riportati dalla vox populi e puntualmente trascritti negli atti giudiziari.

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L’avvocato-scrittore Dante Magnini riferisce le parole dell’affisso funebre in cui si decantavano le doti morali e di gran lavoratore, colpito da infarto nella città dove era venuto, nel pieno dell’inverno, con sommo sacrificio, ad operare commercio per il bene della famiglia. Quando si dice “l’amore per la verità”.

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