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Per Pasqua s’arnova, se magna la torta col capocollo e l’ovo tosto benedetto, se gioca(va) al toccetto

Per Pasqua s’arnova, se magna la torta col capocollo e l’ovo tosto benedetto, se gioca al toccetto.

La tradizione vuole che, per conservare buona salute, il giorno di Pasqua si debba indossare un indumento nuovo. Se non un vestito, almeno un paio di calzini o un fazzoletto.

Ma la Pasqua è soprattutto legata all’uovo, simbolo di continuità vitale e resurrezione, con quell’albume che sa tanto di spirituale.

L’uovo ampiamente utilizzato per la torta al formaggio, “spumini” (meringhe), cappelletti, pasta fatta in casa e quant’altro. Uovo nelle forme di quelli di cioccolato, con sorpresa o meno.

Ma anche usato per il gioco del “toccetto”, specie tra i ragazzini.

Come si procedeva? I due contendenti prendevano in mano un uovo sodo (non benedetto, per carità, perché il gioco è materia diabolica!) e lo impugnavano, per proteggerlo, fino a lasciarne appena intravvedere una parte, tra il pollice e l’indice. Altrettanto faceva l’avversario. Spesso si trattava di una sfida fra nonno e nipote. E, in questo caso, vinceva immancabilmente il più giovane.

La sfida consisteva nel far scontrare le due uova finché il guscio di una delle due non si fosse rotto. A quel punto, l’uovo con la buccia rotta diveniva preda del “nemico”.

Si diceva che i più bravi sapessero riconoscere le uova con la “coccia” più resistente. Si pensava che fosse più forte l’uovo col guscio scuro.

Il nome del gioco deriva da “toccio”, che in perugino può indicare un grosso sasso (“toccio/matoccio”), ma che sta anche per “robusto”, tanto che si apostrofa così un tipo vigoroso, tarchiato.

Ricordo che con le biglie (“a palline”, in perugino) si giocava a “toccio e palmo”, ossia a colpire la pallina dell’avversario o ad avvicinarsi ad essa alla distanza di almeno un palmo.

Il verbo “toccià” significa “sbattere/urtare” e l’origine del “toccetto” è dunque chiarissima.

Si racconta il caso di un campione che sembrava imbattibile e il cui uovo non si rompeva mai. La spiegazione fu trovata quando i compagni glielo tolsero dalle mani e lo gettarono per terra. Si accorsero che quel compagno aveva inventato “l’uovo di Colombo”. Infatti, all’interno era contenuto un pulcino, naturalmente morto, il che rendeva l’uovo pieno di materia solida e dunque più resistente. L’imbroglione non restituì le uova vinte e ormai… digerite.

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