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Scompare il peruginissimo Enrico Vaime: il ricordo dell'Inviato Cittadino

Era stato il primo insignito dal premio alla Cultura dell’Accademia del Dónca

Scompare il peruginissimo Enrico Vaime. Era stato il primo insignito del premio alla Cultura dell’Accademia del Dónca.

Nato a Perugia, al Borgo Bello, portava la peruginità nel suo umorismo tagliente e sornione. Sempre misurato e garbato (senza rinunciare alle punture di spillo, ai colpi di fioretto e alle sciabolate irridenti che fanno male), non aveva mai abdicato alla sua identità “etrusca” e tornava volentieri fra i travertini della Vetusta per ricevere un premio, presentare un libro, incontrare gli amici di sempre: Pasquale Lucertini, Franco Venanti, Umberto Marini, compagni di comune sentire.

Lasciando ad altri l’elenco dei tanti successi professionali (trasmissioni radiofoniche e televisive, soggetti cinematografici, commedie musicali, libri…) mi piace ricordarne qualche episodio personale.

Innanzi tutto, quando decisi di conferirgli – d’intesa con l’allora assessore alla Cultura Andrea Cernicchi – il Premio alla Cultura dell’Accademia della peruginità, fondata da me e da Walter Pilini. Ne fu entusiasta, venne al Morlacchi con gioia, mi ringraziò della motivazione da me scritta con cura e letta dall’attore Claudio Carini.

Tante volte è venuto Enrico “a casa sua”. Diceva “Quando arrivo a Ponte San Giovanni, sento che ricomincio a pensare in perugino”. E proprio la Pro Ponte di Antonello Palmerini, nel 2011, gli aveva conferito l’Etrusco d’Oro in una memorabile serata.

Di premi ne aveva ricevuti nella sua città. Ricordo quello della Famiglia Perugina di Giovanni Brozzetti e quello del Comune di Perugia.

Spesso, e volentieri, è tornato a Perugia. Una volta venne per ritirare un mio studio sulla poesia umbra che mi aveva commissionato per il Festival di Todi, del quale si occupò insieme a Maurizio Costanzo, uno dei suoi amici più cari.

E poi le presentazioni dei suoi libri, eventi ai quali voleva che non mancassi. Al Morlacchi per “Gente perbene”, alla Sala dei Notari, per “Quando la rucola non c’era” con Pierfrancesco Poggi, cui aveva insegnato a parlare perugino, e qualche mostra di Venanti.

Qualche anno fa, a Corciano, era atteso per un ricordo di Paolo Villaggio, con cui aveva lavorato e di cui era stato amico. Lo aspettammo invano. Lo chiamai allora al cellulare dicendogli: “Enrico, dove sei? Ti stiamo aspettando!”. Mi rispose, arrabbiatissimo, precisando che nessuno lo aveva avvertito. Ci volle del buono per convincerlo ad accettare una telefonata in cui dichiarava di non essere venuto causa indisposizione. Mi disse: “Lo faccio per te, ma non chiedermi più una bugia!”. Già perché lui, mentitore di professione nella scrittura, non accettava la bugia nella vita reale. Glielo aveva insegnato suo padre, mi disse un giorno.

Un’ultima notazione personale. Enrico amava il Dónca e commentava con acume i miei Frammenti di divagazioni perugine, linguistiche e antropologiche. Certe cose lo divertivano da matti. Mi disse più d’una volta: “Le tue etimologie sono colte e argute”. Inutile dire che mi ci gonfiavo il petto. Gli era tanto piaciuta la spiegazione di “marampto” (maldestro) con l’origine latina “male aptum” e approvava il mio lavoro di sdoganamento della lingua del Grifo dal versante dell’ignoranza a quello dell’origine colta.

Ogni volta che l’ho visto m’ha commosso e fatto ridere. Rubandogli una battuta che mi regalò al funerale di Pasquale Lucertini, dico adesso: “Enrico, m’hai fatto sempre ridere. Questa è la prima volta che mi hai fatto piangere”.

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