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La Perugia dagli anni Sessanta in un libro intervista a Mauro Tippolotti, autrice Nerina Marzano

L'opera, con postfazione del nostro 'Inviato cittadino', è stata pubblicata da Era Nuova editore nella collana “Storie & microstorie”

La Perugia dagli anni Sessanta in un libro intervista a Mauro Tippolotti, autrice Nerina Marzano (Era Nuova editore nella collana “Storie & microstorie”). 

Mauro Tippolotti, già presidente del Consiglio regionale dell’Umbria (dal 2004 al 2009) -  anche pittore, scrittore, poeta, intellettuale di rango - propone un interessante “Come eravamo”. E chiede un contributo all’Inviato Cittadino, amico d’adolescenza, per ricostruire la temperie socio-culturale del periodo e ricordare alcuni personaggi che vissero quella stagione.

Proponiamo ai nostri lettori la postafzione in due step. Ecco il primo....

C’era una volta, in via dei Priori, il Little Bar, un microcosmo non solo perugino. 

Personaggi e ricordi della Perugia che fu, quando il Little Bar costituiva un luogo di attiva interlocuzione, specie tra i giovani. Fossero essi “salinari” (quelli che marinavano la scuola e si nascondevano nelle salette in fondo alle scale) o perdigiorno. Passare le giornate al bar era un modo per esorcizzare la solitudine, per sentirsi parte di un gruppo che si formava e si disfaceva, come le amicizie, come gli amori.

Lo zoccolo duro era quello dei “fedelissimi”, ossia di quanti non avevano di meglio da fare: per pigrizia, per ignavia, per solitudine, per diversità riconosciuta, nascosta o esibita. C’era anche una parte attiva: quella di chi andava al  bar per confrontarsi, per parlare di musica o di sport, di politica. E, specialmente, di sesso: vagheggiato più che praticato. Perché a Perugia frequentare un bar equivaleva a una  scelta di campo. 

Il bar Turreno era quello della sinistra, quella “ufficiale”, che decideva. Ma anche di quella giovanile, che sognava e discuteva. Anche l’abbigliamento (eskimo, sciarpa arabo-palestinese) rifletteva appartenenze. 

Il Bar Centrale, inizialmente Mokambo, raccoglieva i giovani di destra, quelli che magari a volte sceglievano di scendere al Fuan di via Angusta, traversa a destra di via Alessi, dichiaratamente e orgogliosamente “fascisti”.

E c’era anche Ilio, in via Ulisse Rocchi, sulla destra a scendere. Per un periodo il locale si chiamò “Whisky a gogo” e ci bazzicavano parecchie straniere e, dunque, noi ragazzi in cerca di facili avventure. Facili, nel senso che per ottenere qualcosa, o “parecchio”, non era necessario fidanzarcisi “in casa”, ossia nell’ufficialità delle relazioni con la famiglia della ragazza.

Ricordo personalmente che il Little Bar di via dei Priori è stato uno dei primi locali pubblici frequentato da persone che non andavano solo per bere o per giocare a carte e a bigliardo. Ché lì non c’erano né le une, né l’altro. Mentre il bere, di certo, non mancava.

Erano gli anni bollenti del Sessantotto. A Palazzo Manzoni, Facoltà di Lettere e Filosofia, si “occupava”. O meglio: occupavano i giovani di sinistra, mentre quelli di destra facevano le incursioni per “disoccupare”. Anche io, sebbene alla fine del corso di studi, sono stato “occupante”, ma solo quando c’era una ragazza per la quale avevo perso la testa. Il compianto amico Fabrizio Leonelli, proprio per questa mia propensione, mi definì “il turista dell’occupazione”. E aveva ragione.
Il Little Bar aveva dalla sua la vicinanza con la Pizzeria Marchigiana, la prima a proporre una pizza al taglio allettante, a prezzo economico. 

La patatina del sòr Carlo in via del Forno

La pizzeria Marchigiana cominciò a fare concorrenza alla “patatina del sòr Carlo” di via del Forno dove si faceva la fila per quelle fette di patata, legate dallo stecchino, pastellate e fritte su una padellina dalla signora.

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