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INVIATO CITTADINO Chiesa di San Domenico. Il cane Simone, al funerale di Cesare, si mostra umano… troppo umano

Un comportamento che ha stupito e commosso

Sabato mattina, ore 9:30, funerale di Cesare Catocchia, titolare di un'attività specializzata in fotocopie per libri e tesi universitarie, trovato cadavere nella sua bottega di corso Cavour.

La folla presente al suo funerale ha stupito il celebrante padre Marco che ne ha rilevata con sorpresa la straordinaria consistenza.  Segno che questa figura di artigiano, competente, ma un po’ rude, schivo e grande lettore, problematico e generoso, poteva contare su un cospicuo giro di amici ed estimatori.

Fatto sta che Cesare era noto, e stimato, per la speciale dedizione con cui si prendeva cura degli animali.

Due ne aveva “ereditati” alla morte del senzatetto Roger. I due cani orfani del padrone si chiamavano Diana e Tommy.

Uno dei due era presto deceduto e l’altro era in cattiva salute. Cesare se l’era così preso a cuore che spendeva in cure veterinarie più di quanto fosse nelle sue concrete possibilità. Ma, si sa, la passione animalista è superiore a qualunque calcolo economico e fa appello alle pieghe più riposte di un animo sensibile.

Poi, scomparsi i primi due cani, Cesare si consola prendendone in adozione uno nuovo di nome Simone. Lo ritira da un canile e se ne fa carico. Perché quella compagnia gli rende meno amara la sua vita di solitudine.

Finché un pomeriggio, dopo pranzo, si stende – come al solito – per una pennichella sopra un divano che tiene nel retrobottega.

Ma la Nera Signora lo sorprende nel sonno. E gli fa fare la fine del giusto. Le Parche recidono il filo fatale. Rapuēre, ossia lo strappano alla vita nel modo che ognuno di noi spera: nel sonno senza risveglio. Con crudele dolcezza.

Ma il cane Simone capisce tutto e non ci sta. Tanto che si mette a raspare contro il vetro della porta di bottega, attirando l’attenzione degli amici che lo hanno inutilmente cercato al telefono.

Raspa, Simone, disperatamente. Finché il pompiere Alessandro intuisce qualcosa e si fa animo forzando la porta.

Gli si para dinnanzi l’immagine di un uomo, l’amico Cesare, disteso sul divano, con un plaid fin sopra il capo. La digestione, si sa, suscita un po’ di freddo e Cesare si è coperto.

Eppure il plaid non è bastato a salvarlo dal gelo della morte che lo ha sovrastato. Ma non si arrende il cane Simone. Che invoca un aiuto ormai tardivo.

Così trovano il suo padrone defunto e procedono agli adempimenti di rito: constatazione del decesso e preparazione della sepoltura al monumentale.

Così la gente, la gente del Borgo Bello, accompagna Cesare a San Domenico per l’estremo saluto. Portando anche il fedelissimo cane. Che non si rassegna.

Simone infatti, già durante le esequie, abbaia, esprimendo il suo dolore. Capisce di avere perduto non un padrone, ma un amico. E si dispera perché oscuramente presagisce che lo attende una sorte sfortunata.

Poi, dopo la cerimonia, qualcuno (si dice la mano sensibile di una giovane) lo adagia sul feretro. E Simone, che stava con Cesare da poco più di due settimane, ne annusa la presenza. E gira attorno alla bara come impazzito. Piange e si lamenta.

E il popolo del Borgo si commuove. Piange alla vista di tanto strazio che colpisce il cane Simone. Una bestia con un nome così “umano” e che da umano si comporta.

Un trovatello adottato da Cesare e tenuto in bottega per poco più di due settimane.

Tutto questo ci aiuta a scoprire come sia valido l’adagio che riguarda il confronto tra persone e bestie. Che poi così bestie non sono. Se, come il cane Simone, mostrano di avere un cuore umano. Troppo umano.

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