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don Elio Bromuri col busto di Ercolano (© archivio personale Sandro Allegrini)

don Elio Bromuri col busto di Ercolano (© archivio personale Sandro Allegrini)

PERUGINERIE Oggi è la festa di Sant’Ercolano: i detti popolari legati alla figura del santo

Il compianto monsignore Elio Bromuri – giornalista, filosofo, teologo, sacerdote di altissima spiritualità – è stato per anni rettore del Tempio di Ercolano: ci ha insegnato l’amore e il rispetto per Ercolano

Oggi è la festa di Sant’Ercolano. Detti popolari legati alla figura del santo… Ricordando don Elio Bromuri. Un’espressione suona “avecce du facce come sant’Ercolano”. Anche oggi, “fa/avécce du facce” significa “tenere il piede in due staffe, fingere, simulare”.

Voglio condividere coi lettori tre/quattro ipotesi da me avanzate (anche nel mio Breviario laico “… e lascia sta i santi!”) circa l’eziologia dell’espressione.

Potrebbe esserci il riferimento alle due figure di santi dallo stesso nome, rispettivamente festeggiati il 1° marzo e il 7 novembre (a un certo punto, da parte della chiesa, si giunse ad un “accomodamento” indicando nel 7 novembre la ricorrenza vera e propria del martirio, accettata poi come festa dell’Università, e limitandosi a rievocare la traslazione delle spoglie del “defensor civitatis” il primo di marzo).

Santo e combattente. Un’altra ragione di ambiguità è quella che coniuga l’aspetto religioso con quello di “defensor civitatis”. Aspetto che piacque al vescovo spoletino Napoleone Comitoli il quale si prese cura di restaurare la chiesa mal ridotta (“collabentibus parietibus”). Tanto che un suo severo ritratto nella controfacciata ne ricorda i meriti. È probabilmente questa la motivazione del santo combattente che indusse la Chiesa a tenere il defensor in secondo piano, preferendogli Costanzo. Ercolano piacque ai Perugini tanto da dedicargli la litomachia o battaglia dei sassi (“sassajola”, in perugino) tenuta in via Campo Battaglia, l’attuale via XIV Settembre, fra Galleria Kennedy e attuale tribunale, già Officina Elettrica. Addirittura, i contendenti dei cinque rioni prendevano messa e si facevano benedire nel Tempio di Ercolano, poi scendevano giù per via Guerriera per darsele di santa ragione. Contrastando le geremiadi pacifiste di San Bernardino e piacendo invece al sanguinario Andrea Fortebracci (Braccio) che vedeva nella “sassaiola” una valida esercitazione militare.

A questa ipotesi di fiera belligeranza si lega l’ambiguità del santo, oltre che al tentativo posto in atto per ingannare i Goti assedianti Perugia. Per simulare un’inesistente abbondanza, e dissuadere Totila dall’assedio, Ercolano fece gettare dalle mura un vitello cui aveva fatto mangiare l’ultimo secchio di grano. Ma fu il “chierico traditore” a svelare la reale situazione di penuria alimentare. Questo personaggio spregevole del chierico è rappresentato anche fra le sculture della Fontana Maggiore: a braccia conserte, accanto al vescovo santo.

Per colpa sua, la città fu presa, il santo scuoiato e decollato. Sarà vero? Noi Perugini abbiamo il vezzo, o il vizio, di prendercela sempre con qualcun altro.

La quarta possibilità si lega alla processione che, all’andata, mostrava un effige della testa in legno. Mentre al ritorno la testa sarebbe stata dorata, essendo l’oro simbolo di santità.

Un altro detto - stavolta di natura meteorologica, legato alle attività rurali (come dimostra l’uso delle “e” al posto delle “a”) recita:

Si piove per sant’Erculèno, scaccia l fante e amazza l chèno”. Ossia: “Se piove per sant’Ercolano, tieni lontani gli ospiti e ammazza il cane”. C’è da chiarire che “fante” non ha significato militare ma sta per “essere umano/ospite” derivando dal participio presente del verbo latino “for-faris”, ossia “parlare”. In pratica, il consiglio è quello di non ospitare “esseri parlanti”, ossia “persone”.

Ma per quale motivo? Perché la pioggia del 1° marzo annuncia un misero raccolto di grano. Da qui l’esigenza di risparmiare sul cibo, addirittura ammazzando il cane cui bisogna pur dare da mangiare.

Il ricordo di don Elio, “rettore” del Tempio. Un’ultima osservazione tutta personale e peruginissima. Il compianto monsignore Elio Bromuri – giornalista, filosofo, teologo, sacerdote di altissima spiritualità – è stato per anni rettore del Tempio di Ercolano (la cosiddetta “chiesa del Comune” che invero appartiene al Sodalizio di San Martino). Don Elio ci ha insegnato l’amore e il rispetto per Ercolano.

Ed era una grande emozione quando tirava fuori il busto argenteo del santo. Ricordo come lo accarezzava. Don Elio, l’intelligenza più laica fra i tanti religiosi che ho conosciuto. Lo fotografai e si mise in posa per me e per Ercolano. Per questo, a perenne memoria, mi piace riproporre quello scatto, intriso di memoria, di cultura, di religio. Che, amo ricordare, richiama “res ligo”, ossia “sono legato alla realtà delle cose” nelle quali colgo la presenza dello spirito. Come ci ha insegnato a fare don Elio.

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