Coronavirus, l'intervento: alla scoperta di ciò che ci tiene insieme

Pubblichiamo l'intervento di Luca Alici, professore associato di Filosofia politica dell'Università degli Studi di Perugia

Pubblichiamo l'intervento di Luca Alici, professore associato di Filosofia politica dell'Università degli Studi di Perugia. Una riflessione sull'attuale situazione di emergenza sanitaria e un viaggio alla scoperta di ciò che ci tiene insieme.

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Vie affollate divenute deserte, cieli trafficati come arterie stradali orfani di aerei, un persistente brusio di sottofondo trasformato in un silenzio assordante. All’improvviso. Da un giorno all’altro, o quasi. Ci siamo addormentati “immuni” e ci siamo svegliati “contagiati”. Gli ospedali da rifugio per chi sta male sono divenuti prima linea di combattimento. Stare a casa da desiderio un obbligo. Numeri tragici e vite spezzate. Così è iniziata una delle fasi più difficili della storia recente dell’Occidente: una sorta di stop globale subìto dalla società della tecnica “per mano” di un microrganismo che si è spostato da una natura assediata a una metropoli 5G fino a un villaggio globale oramai saturo.

Le nostre vite sono cambiate di colpo, costrette a fare i conti con qualcosa di inedito, che ci ha travolti e stravolti. Fin qui eravamo convinti di aver costruito ambienti sterili nei confronti dell’inatteso, maneggiato e controllato quando ridotto a rischio, quindi calcolato e calcolabile, o oltraggiato e svilito quando ridotto a indecisione, quindi qualcosa che riguarda solo chi non sa agire. Invece l’inatteso è tornato a ricordarci che l’incertezza appartiene naturalmente alla condizione umana. “Virus” non ha più significato ciò che attacca i nostri sistemi informatici ma i nostri polmoni e “cloud” non più lo spazio digitale dove carichiamo quei documenti di cui noi nomadi globali abbiamo bisogno ovunque e sempre bensì la nuvola maledetta di quelle goccioline “avvelenate” che rendono nemico persino il respiro degli amici.

Difficile metabolizzare quanto ci è capitato, faticoso capirne il senso, traumatico dirsi che è tutto vero. Il nostro mondo non sarà come prima. Ognuno di noi non sarà lo stesso. Ma come saremo gli uni gli altri dipende da come inizieremo a vivere questa fase, sospesi come siamo tra solitudine e altruismo.

Per farlo occorre non solo guardare indietro (veniamo da un’epoca, come in molti hanno scritto, in cui la potenza ha scalzato i poteri, la finanza l’economia, il profitto la responsabilità) e non serve neppure guardare troppo avanti (in quel duello che ci spetta, come qualcuno ha scritto, tra sorveglianza totalitaria e responsabilizzazione dei cittadini, tra isolamento nazionalista e solidarietà globale), ma serve guardarci dentro. Sì, perché in un momento in cui la vita chiede protezione dalla morte in solitudine e la morte, rimossa e al contempo ostentata, chiede alla vita quell’ospitalità che le si deve, i fondamentali dell’umano sono messi in gioco. Tra questi il luogo naturale dei suoi legami decisivi: la comunità. Stavamo recuperando una certa dimensione locale dopo la sbornia globale e siamo ripiombati in una comunità ancora più ristretta, di cui forse avevamo smesso di prenderci cura, quella familiare; anzi, siamo stati costretti a fare i conti con quella comunità interiore, ancora più minuscola e trascurata, che ognuno di noi ospita tra sé e i suoi molti “altri”.

Da questa esperienza dovremo uscire con un ripensamento complessivo dei tanti luoghi di comunità che abitiamo, oserei dire con un nuovo equilibrio tra le diverse comunità che garantiscono la qualità della nostra vita nonché con un nuovo patto tra istituzioni e comunità. In nome della comune appartenenza al genere umano e della necessità di prendersi cura del mondo saremo allora chiamati a costruire legami tra le comunità che popolano la nostra quotidianità (e che ora ci entrano in casa “da remoto”) e smettere di viverle a comparti stagni (come se non fossimo le stesse persone passando da una all’altra): su tutto urge costruire luoghi e occasioni di relazioni rigenerate tra generazioni, come migliore antidoto ai facili e tragici risentimenti del prossimo futuro. In nome di un ripensamento complessivo di ciò che è politico servono poi istituzioni che ascoltino le comunità e non più interessi di parte così come comunità che diano forma nuova alle istituzioni: su tutto urge ripensare la democrazia come forma di governo che declini la prossimità e accolga la vulnerabilità, smettendo di esistere come neutra procedura che asseconda logiche prestazionali.

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Solo così potremo sperare che a tenerci insieme torni a essere una fiducia sociale costruita su una cura reciproca.

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