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Attualità Norcia

Terzo anniversario terremoto, la ricerca della normalità e la forza di attendere in piedi che la ricostruzione si compia

I cantieri, i cartelli di proteste. Il tempo sembra essersi fermato, mancano solo le macerie in strada

“Sarà il caso che facciano qualcosa no?” commenta Claudio affettando il prosciutto. A Norcia è il giorno del ricordo, tre anni dalle terribili scosse che hanno ferito la città e la Valnerina in maniera profonda. Tre anni in cui sembra che poco sia cambiato. Gli edifici sono segnati, molti protetti da impalcature di tubi innocenti, cartelli indicano i cantieri aperti oppure, in alternativa, che il negozio, il bar o il ristorante ha riaperto, ma altrove, Nella zona commerciale fuori da Porta Ascolana, per esempio, lungo il viale della Stazione. Le vetrine impolverate sono ricoperte da indicazioni di questo genere, ripetute più volte. A ribadire che Norcia e i suoi cittadini sono in piedi nonostante tutto, che le loro eccellenze sono ancora a disposizione di chi le vuole gustare.

Basta spostarsi di pochi metri, basta leggere i cartelli. Ancora in piedi, già in piedi prima che tutto torni a prima del 30 ottobre 2016, anche se uguale non sarà mai. Claudio è uno dei fortunati. La sua attività di corso Sertorio è di nuovo aperta, una delle non tante vetrine alzate nel cuore di Norcia che va da Porta Romana a piazza San Benedetto, dove il patrono d'Europa resiste davanti a quello che resta della sua basilica. Ora tristemente nota nel suo “vestito” di tubi che proteggono quello che il terremoto non ha fatto crollare. Dicono gli esperti, parlando con il ministro Franceschini, che ci vorrà ancora tempo solo per finire di rimuovere le macerie, poi progetto e via ai lavori, prospetta il sindaco, entro il 2021.

Un intervento colossale, forse il simbolo di questa nuova prova a cui è chiamata la Valnerina e la sua gente. Che vuole ricominciare e che convive, con un po' di insofferenza, a questa nuova normalità a cui non vogliono abituarsi. Tre anni e poco sembra cambiato, i calcinacci non ci sono più, restano le ferite. E gli striscioni di protesta che si stingono: “Una sola grande opera: la ricostruzione”, “Ho la nausea o sono incinta o sono una terremotata”, “Lu cero se consuma e lu morto non cammina”. Striscioni che stanno al loro posto da tempo e che da tempo, troppo, chiedono risposte oltre alla promesse, le commemorazioni e le visite istituzionali, a cui ormai si fa anche più poco caso (sembra): “Sarà il caso che facciano qualcosa”.

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