Domenica, 14 Luglio 2024
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Correva l'anno di Marco Saioni | Umbria 1911, bruciarono in una fornace una donna: "Era una strega: un suo maleficio sul pollaio"

E’ notte di fine estate del 1911 quando la redazione del Corriere della Sera riceve una telefonata da Perugia. La notizia gracchiata dalla cornetta era di quelle da drizzare il pelo

E’ notte di fine estate del 1911 quando la redazione del Corriere della Sera riceve una telefonata da Perugia. La notizia gracchiata dalla cornetta era di quelle da drizzare il pelo. Riferivano di un fosco delitto dal sapore medievale, avvenuto in una località a qualche chilometro dal capoluogo umbro. Prima di trascrivere la nota, l’allibito cronista chiese puntuale conferma di quanto recepito. Sì, un’anziana donna, ritenuta strega, era stata bruciata viva. Un titolo già pronto per le pagine nazionali.

La vittima si chiamava Pasqua Nocentini di sessantasei anni. Persona atipica, così percepita dai più, aveva abbandonato la propria famiglia per vivere sola, un pagliericcio affittato in una topaia, talvolta rintanata in qualche anfratto. Ne usciva con il peso della luce sugli occhi. La ristretta comunità di Montone, dove risiedeva da alcuni anni, non trovava risposte plausibili a quella scelta di libero vagabondaggio, da cui la diffidenza, poi il sospetto, alimentato da un rincorrersi di voci sui di lei occulti poteri. Ebbe presto larga fama di maga nelle campagne poiché sapiente d’erbe, riti e litanie di parole. Nessuno le rifiutava elemosina, fosse un tozzo di pane per masticare cena o pochi spiccioli, nel timore di malefici o fatture.

Fenomeno diffuso quello delle “strologhe” specie nelle zone rurali e presso le classi subalterne in generale. Testimonianza palese di residuali elementi arcaici in un’epoca dove la scienza medica era ancora gracile nell’assegnare risposte. Non che ai nostri giorni possiamo dirci del tutto emancipati, beninteso. In tale ambiente, la cultura popolare vedeva nel malocchio e nella fattura gli strumenti di aggressione magica più temuti. Da cui le strategie difensive, spesso costituite da specifici oggetti, gli amuleti, di cui Giuseppe Bellucci, raccogliendo migliaia di esemplari, mise insieme una straordinaria collezione, ora in mostra al Museo archeologico di Perugia. Si ritenevano utili a scongiurare grandine o folgorazione, questi, in particolare, erano rappresentati dalle punte di freccia in pietra di epoca preistorica, rinvenute nel terreno e ritenute cuspidi di fulmine. 

Altri si riferivano alle sequenze del ciclo vitale, (fidanzamento matrimonio, parto, allattamento). Un armamentario variegato di pratiche magico-religiose cui si ricorreva per contrastare le insidie e allontanare il male. Temute e poco amate, spesso odiate, ci si rivolgeva anche alle fattucchiere, magari per togliere o infliggere fatture, richiedere pratiche finalizzate alla guarigione dai malanni, indovinare il sesso dei nascituri o ottenere altre risposte di varia natura. Erano quasi sempre donne di misera condizione che avevano rinunciato al proprio ruolo sociale e pertanto anche fragili, poiché sguarnite di qualsiasi tutela maschile. La palese diversità, sempre mal tollerrata, e il sospetto di maneggiare l’occulto le ritenevano capaci di infliggere infermità o anche decessi di persone e animali.

In città tirava altra aria, i livelli più diffusi d’istruzione avevano iniettato qualche anticorpo per contrastare ignoranza e superstizione, almeno in alcune categorie sociali. Fu l’”Unione Liberale” a riportare un dialogo carpito per strada tra un bambino e la madre, lui spaventato per l’esistenza delle streghe, quelle che abitavano fiabe e leggende. Le streghe non esistono, fu la replica assennata. Poco convinto, il piccolo obiettò che se era vero l’assunto della madre, non poteva egli capire come mai una strada del centro fosse chiamata proprio via delle streghe. L’impianto cartesiano della donna vacillò e il cronista suggerì di cambiare nome a quel tortuoso vicolo.

L’avevano, convocata, la Nocentini, in casa di un tale, persuaso di avere un bimbo stregato. La donna praticò un rituale, formule collaudate e un lavaggio con infuso d’erbe dalle arcane virtù. L’occasione dovette essere idonea per una confidenza poiché si disse preoccupata per l’odio dei Migliorati, una famiglia di contadini, convinti della sua responsabilità riguardo a un’epidemia che aveva sterminato il pollaio. L’avrebbero dunque invitata con certa insistenza a casa per il giorno dopo e sebbene preoccupata, confermò la volontà di dare seguito alla richiesta.

Numerosi i testimoni, i quali giurarono di aver visto la donna diretta verso la casa dei contadini e di aver perso le sue tracce nei giorni successivi. Senza esito le ricerche da parte delle autorità, alle quali parteciparono anche membri della famiglia sospettata. Fu un ragazzo quattordicenne, recatosi presso i Migliorati per utilizzare un rastello, a scorgere la Nocentini distesa, il volto tumefatto, verniciato di sangue. Terrorizzato, fuggì e non fece parola, salvo raccontare il fatto nei giorni successivi.

La testimonianza impresse vigore alle indagini che si concentrarono con più solerzia verso i Migliorati, seppure le ispezioni non approdassero a risultati. Furono voci, sempre più consistenti, a svelare il mistero della scomparsa. Era stata gettata viva in una fornace di calce a fuoco continuo, luogo da cui, al precipitare della sera, furono udite alte grida di donna. Scattarono i ferri per tutta la famiglia e un disegnatore dell’Ufficio perugino dei monumenti, Angelo Migliorati, pubblicò una nota per escludere qualsiasi connessione con i suoi omonimi, tanto quel delitto fece orrore. Trovarono rari e minuti frammenti ossei, quelli scampati ai mille gradi della fornace. Fu la fiamma dell’ignoranza ad ardere, quella che fa paura e la morìa di polli continuò.

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