INVIATO CITTADINO Viale Indipendenza, il primo politico che piazzò la rete di sicurezza

Ed ecco il motivo per il quale, tra il belvedere della Rocca Paolina e il muro sopra via Fatebenefratelli, fu collocata la rete “di dissuasione”

La cronaca di questi giorni e la caduta dal “muraglione” di via dell’Indipendenza richiamano alla memoria una spigolatura poco nota di storia perugina e mi inducono a ricordare il personaggio che quella rete fece collocare, nei primi mesi del 1921. Si tratta di Nazzareno Squarta, famoso in quanto ripetutamente sbeffeggiato dagli studenti del diffuso giornale satirico studentesco denominato “C’Impanzi?” (sottotitolo “se c’impanzi, pùrghete!”).

“Menchino” era diminuzione dell’altro nome con cui il personaggio era conosciuto (Domenico) e “Sbrana” era deformazione del cognome (Squarta). Per la storia, Nazareno Squarta, segretario della sezione socialista di San Martino in Campo, fu eletto, il 3 ottobre 1920, consigliere (5670 preferenze) e quindi nominato assessore al  Comune di Perugia. Ruolo che svolse fino al 1 maggio 1921 quando, ricattato da varie parti, presentò al prefetto una lettera di dimissioni (foto), oggi conservata all’Archivio di Stato e qui proposta in esclusiva.

Tra le sue proposte, quella di collocare il via Marzia (sopra al Muraglione) una rete per impedire la serie di suicidi a catena che si verificarono al termine della prima guerra mondiale. Come mai? La situazione economica era drammatica. I reduci, ai quali era stato chiesto di combattere per la patria con la promessa di un posto statale, al ritorno, restarono delusi dall’indifferenza, e addirittura, dal disprezzo con cui furono accolti. A parecchi padri di famiglia parve inevitabile chiudere la propria vita col suicidio.

Ed ecco il motivo per il quale, tra il belvedere della Rocca Paolina e il muro sopra via Fatebenefratelli, fu collocata la rete “di dissuasione”. Infatti, non era  possibile scavalcarla con un solo salto e occorreva che il potenziale suicida compisse l’atto in due fasi. Risulta dalle cronache che non uno solo, di quanti restarono al primo step (ossia sulla rete), ebbe il coraggio di buttarsi nel vuoto facendo il salto successivo. Anzi: si misero tutti a strillare chiedendo aiuto.

La rete resse per molti anni, poi fu parzialmente reintegrata – ce lo ricordava lui stesso – dal sindaco Mario Caraffini. Poi più niente. Gli studenti pubblicavano delle finte “Lettere dal palagio dei Priori” in cui immaginavano che Menchino scrivesse – in dialetto perugino – alla moglie Rosa sui privilegi della condizione di assessore. Il carattere comico delle lettere non impedisce di coglierne l’intento denigratorio che induceva gli autori – figli della borghesia cittadina – a mettere alla berlina il linguaggio, la mentalità e i comportamenti del campagnolo, giunto a ricoprire il ruolo di pubblico amministratore. Inizialmente si trattava di semplici sfottò che, in un secondo momento, arrivarono a rispondere a logiche partitiche, in quanto il periodico finì con l’allinearsi alle posizioni del Regime.

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