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Cronaca

DOSSIER UMBRIA | I test rapidi sono stati efficaci? Hanno intercettato i positivi? Promossi e bocciati? Le analisi degli esperti

A partire da settembre, invece, si osserva un progressivo aumento dell’utilizzo dei test rapidi che raggiunge ad ottobre e novembre la numerosità maggiore dall’inizio della nostra serie storica, con una crescita consistente in particolare della classe 40-69

Quale è stato il ruolo dei test antigenici rapidi durante la pandemia e quanto hanno contribuito al controllo della situazione emergenziale? Il totale dei test antigenici rapidi, cioè quelli che vanno a ricercare la presenza di proteine del virus in superficie, chiamate appunto antigeni, effettuati da metà gennaio a fine novembre 2021 nelle farmacie della regione Umbria, sono stati oltre 800.000. Ogni soggetto nell’arco del periodo considerato può ovviamente aver effettuato più di un test. Il tasso di positività dell’intero periodo, definito come il numero di test positivi sul totale dei test effettuati, è dello 0.66%.

Nel periodo di analisi si osserva una prima fase ad alta circolazione del virus che raggiunge il picco nel mese di febbraio per poi diminuire progressivamente scendendo da maggio a luglio al di sotto dei 50 casi settimanali x 100.000 abitanti consentendo alla regione il passaggio a “zona bianca” con il conseguente abbattimento di molte delle restrizioni precedentemente presenti. Dalla seconda metà di luglio si nota una rapida crescita dell’incidenza settimanale, sostenuta principalmente dalle fasce di età più giovani, che raggiunge il suo picco ad agosto e tende a diminuire fino alla prima metà di ottobre per poi proseguire con un meno rapido ma più costante aumento dei contagi.

L’andamento della positività ai test rapidi segue l’andamento nello stesso periodo del tasso di positività al test molecolare (numero dei test molecolari positivi sul totale dei test molecolari effettuati); inoltre, coerentemente la logica, nei periodi a minor circolazione del virus si osserva un minor tasso di positività. Dall’analisi dell’andamento dei test effettuati per fascia di età nel tempo è evidente nei mesi di aprile e maggio un aumento del ricorso al test nella popolazione con un’età inferiore ai 20 anni, in larga parte la popolazione scolastica Nel mese di agosto si è osservato un aumento dei test effettuati soprattutto nella popolazione giovane-adulta, quella compresa nella fascia tra i 12 e i 39 anni, caratterizzata da una maggiore propensione alla mobilità e da più basse coperture vaccinali. Diversamente gli under 12, per i quali non è richiesto il green pass, non hanno fatto registrare un aumento del numero di test effettuati nel periodo estivo.

A partire da settembre, invece, si osserva un progressivo aumento dell’utilizzo dei test rapidi che raggiunge ad ottobre e novembre la numerosità maggiore dall’inizio della nostra serie storica, con una crescita consistente in particolare della classe 40-69 anni che diventa predominante, verosimilmente come risposta all’introduzione del green pass per l’accesso ai luoghi di lavoro. A partire da settembre si è registrato un forte incremento di test provenienti da non vaccinati, tanto da arrivare nel mese di novembre circa l’80% dei test effettuati. 

Come ulteriore contributo conoscitivo è stato considerato lo stato vaccinale di coloro che si sono sottoposti al test; individuando 3 categorie:
1.Vaccinati, test effettati da soggetti che alla data del prelievo avevano completato il ciclo vaccinale.
2.Non vaccinati, test effettuati da soggetti che alla data del prelievo non avevano completato il ciclo vaccinale, includendo quindi anche quelli che provengono da coloro che non avevano effettuato nessuna dose vaccinale.
3.Fuori regione, test effettuati da soggetti residenti fuori regione per i quali non possiamo conoscere lo stato vaccinale.

“È interessante osservare come la quota dei fuori regione inizi ad essere significativa a partire dai mesi estivi, con un probabile ricorso al test per la generazione di un green pass, in un contesto di maggior movimento tra le regioni” – sostiene Carla Bietta, responsabile dell’Unità operativa semplice dipartimentale (Uosd) di Epidemiologia dell’Azienda ospedaliera Usl Umbria1 e componente del Nucleo Epidemiologico SarsCoV2 Umbria. – “Anche il numero dei test eseguiti da parte dei vaccinati aumenta dal mese di agosto e raggiunge a novembre la maggior numerosità”. 

“La percentuale di vaccinati tra i soggetti risultati positivi all’antigenico e confermati al molecolare aumenta come atteso con l’aumentare della progressione della campagna vaccinale fino a raggiungere a novembre il 60% dei positivi confermati, pur rappresentando la parte di popolazione che effettua meno test” – continua Andrea Pellacchia specializzando presso la Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva - Università degli Studi di Perugia, in tirocinio presso Uosd di Epidemiologia dell’Azienda ospedaliera Usl Umbria1 – “La spiegazione di tale fenomeno può essere il diverso utilizzo che viene fatto del test antigenico nelle due categorie: da un lato i non vaccinati, spinti ad un utilizzo ripetuto del test alla ricerca di una negatività per ottenere un ‘via libera’, in un contesto quindi di bassa prevalenza; dall’altro lato i vaccinati, che ricorrono all’antigenico per una ulteriore sicurezza personale, perché paucisintomatici, cioè infetti ma con sintomi lievi di covid19, come qualche colpo di tosse secca, una febbricola al di sotto di trentasette e mezzo che dura uno o due giorni, un generale senso di stanchezza. o per una esposizione ad un rischio, alla ricerca perciò di una positività (prevalenza e sensibilità del test maggiore)”.

“Sappiamo inoltre che talvolta i servizi sanitari non riescono ad essere tempestivi nel raggiungere i contatti di un caso positivo, - riprende Carla Bietta – “altre volte i contatti non vengono segnalati per evitare il periodo di quarantena: questo comporta l’inevitabile fai-da-te nell’intento di intercettare rapidamente un esito che risponda ad un sospetto (paucisintomaticità, frequentazione di contesti a rischio ecc..) spingendo alcune persone a non attendere un test molecolare ma ad effettuare un più veloce test antigenico”.

La percentuale relativa di persone positive che viene rintracciata dai test antigenici rispetto al totale dei positivi è aumentata nel periodo considerato, raggiungendo a novembre un’incidenza settimanale di 80 casi x 100.000 abitanti. In questo periodo si osserva in Umbria un aumento dell’incidenza sebbene con una relativamente bassa circolazione del virus: circa il 16% delle diagnosi dei casi di Sars-Cov-2.

Alla luce di questi dati si può affermare che il tampone antigenico rapido, sebbene nei grandi limiti della sua accuratezza, in un contesto emergenziale è stato uno strumento utile per intercettare una quota e una tipologia di potenziali positivi (vaccinati e non) che altrimenti sarebbero sfuggiti. In prospettiva futura sarà però necessaria una sostituzione degli attuali test antigenici qualitativi con dei test altrettanto veloci, pratici e sostenibili, ma più sensibili, i quali permetterebbero di rintracciare anche quella considerevole parte di falsi negativi che non viene rilevata all’antigenico rapido che rimane libera di circolare e, anzi, consapevole di una negatività adotta comportamenti meno adeguati al contenimento del virus.

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