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Schiave del sesso dalla Nigeria a Perugia: gli indagati chiedono il ritorno in libertà

Gli indagati per tramite dei loro legali, hanno fatto ricorso al Riesame per tornare in libertà o in subordine, per alleggerire la misura cautelare

Chiedono di tornare in libertà gli indagati di origine nigeriana accusati di far parte di una organizzazione criminale in grado di gestire una vera e propria tratta umana, dalla Nigeria alla Libia fino all'Italia, e a Perugia in particolare. I quattro indagati, arrestati qualche settimana fa dalla polizia, tramite i loro legali (avvocati Daniela Panzarola, Barbara Romoli e Francesca Fioretti) hanno fatto ricorso  e l'udienza dinanzi ai giudici del riesame è fissata per domani, martedì 3 ottobre. 

Dalla Nigeria alla Libia fino all’Italia. Gli indagati, in concorso con altri soggetti operanti in Libia e in Nigeria, avrebbero introdotto illegalmente nel territorio italiano una pluralità di giovani donne, anche minorenni, approfittando della loro condizione di vulnerabilità, gestendo il loro viaggio dalla Nigeria alla Libia, la loro permanenza nei ghetti sulle coste libiche (dove i migranti venivano sottoposti a violenze e privazioni), la traversata via mare fino all’Italia su fatiscenti imbarcazioni e il successivo trasferimento dai centri di accoglienza italiani al territorio di destinazione finale, Perugia.

Secondo le indagini gli apicali dell’organizzazione, due fratelli nigeriani, mantenendo costanti contatti con i sodali stanziati in Nigeria che si occupano del reclutamento, nonché con i referenti stanziati in Libia che gestiscono i rapporti con i “boss” dei ghetti (che sulle coste libiche si occupano degli imbarchi dei migranti), gestiscono i rapporti con le famiglie di origine delle donne trafficate imponendo la sottomissione del rito woodoo, le modalità di pagamento del debito di ingaggio, il collocamento dei territori di destinazione finale e lo sfruttamento della prostituzione.

Tutto è partito dalla denuncia di una giovane che in Questura svela come uno degli indagati le avesse proposto di venire in Italia per lavorare. La minorenne aveva così raggiunto le coste libiche alla volta della Sicilia a bordo di un gommone, poi da lì fino a Perugia dove era stata ospitata da una donna nigeriana in un appartamento a Fontivegge. Ma in quell’appartamento, dove vivevano anche altre ragazze sfruttate per pagare l’oneroso “debito di ingaggio”, anche lei era stata subito costretta a prostituirsi e anche picchiata. E se le ragazze provavano a ribellarsi, la “madame” le avrebbe minacciate: “quando tornerà a casa la picchierò con la frusta così imparerà a comportarsi bene”.

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