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Il libro della vita dell'antropologo perugino Baronti: 1300 pagine su riti, tradizioni, doni... alla Morte in Umbria

S'intitola "Margini di sicurezza. L'idea folclorica della morte in Umbria", un'opera colossale in cofanetto di ben tre robusti tomi (Morlacchi editore) per complessive 1300 pagine

Giancarlo Baronti, antropologo di vaglia, già direttore del Dipartimento Uomo-Territorio dello Studium perusinum, ha dato corpo, e stampa, al lavoro di una vita (come documenta la sterminata bibliografia). S’intitola “Margini di sicurezza. L’idea folclorica della morte in Umbria”, un’opera colossale in cofanetto di ben tre robusti tomi (Morlacchi editore) per complessive 1300 pagine, fitte e leggibilissime, scandite da un pugno d’immagini nel solo terzo volume.

Baronti ha raccolto il frutto di decine di tesi in materia, convogliando nella sua ricerca le tradizioni riferite dagli informatori in tutti i dialetti dell’Umbria. Ne esce un lavoro unico e irripetibile. Un’opera scientifica, ma leggibile dal comune lettore con “divertimento”, se la materia consentisse l’uso del termine. Secondo l’antropologo toscano, umbro d’adozione, l’idea della morte in Umbria è, per così dire, “domestica”, in quanto incanalata in protocolli rituali che hanno tentato di ingabbiarla per disinnescarne le potenzialità disgreganti.

L’inevitabilità dell’evento biologico ha indotto le comunità a elaborare architetture culturali fortemente stratificate, per esorcizzarne o incanalarne la potenza. Si veda, ad esempio, la storica diffidenza verso il ricovero in ospedale, visto come l’anticamera della morte. Pregiudizio che ha portato a considerare “bella” la morte nel proprio letto, col conforto di amici e familiari.

La cultura subalterna viene analizzata attraverso l’efficace filtro della dialettalità che ne identifica le più radicate convinzioni. L’individuazione delle aree territoriali dell’Umbria certifica anche l’omogeneità delle credenze, riconducibili a comuni tratti antropologici, spesso anche nazionali. Nel quadro dei momenti di aggregazione e di preghiera, il clero locale si limita a presidiare, dato che la gestione dei rosari e delle orazioni è gestito dalle donne anziane.

La partecipazione a questi momenti rafforza il concetto di comunità ed è vissuto in chiave di reciprocità: qualcosa di simile all’aiuto, in situazione di bisogno, per i lavori materiali agricoli stagionali (vendemmia, mietitura, spannocchiatura del granturco). La preghiera comunitaria svolge una funzione aggregante e promozionale, quasi un carburante per accelerare il viaggio dell’anima verso il proprio destino ultraterreno.

Insomma: riti e ideologie che difendono la stabilità sociale ed economica del gruppo, quasi un “tenere sotto controllo” l’estremo evento, che non deve scardinare meccanismi e relazioni. Gli istituti sociali riferiti nel libro sconfinano nel comico quando, ad esempio, si racconta del pacchetto di sigarette messo nella cassa del forte fumatore o delle superstizioni (la civetta che canta sul tetto della casa dove, a breve, si consumerà un lutto), le abitudini alimentari, gli scongiuri, le formalità del lutto, la presenza e il culto dei morti nella vita quotidiana, l’agonia come istituto culturale, precognizioni, presagi, premonizioni, presentimenti, preannunci, previsioni, pronostici, streghe e stregonerie, rituali, “fave dei morti” fra tradizione culinaria e simbologia. Questo e tanto altro in un’opera che è un’enciclopedia di saperi, che hanno per oggetto la morte, ma esaltano fortemente la vita e la sua avventura.

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