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Quella ceramica con l'immagine di Sant'Agata che divide i fedeli: l'analisi dell'Inviato Cittadino

Le critiche si sono appuntate su una presunta seduttività dell’immagine, invero molto femminile e levigata. E anche la frase in latino... non è proprio corretta

Quella ceramica con Sant’Agata è un valore aggiunto e un invito a visitare una chiesa preziosa e rara. Ma quel latino non gira. Basta polemiche. È falso che quell’opera sia inadeguata. Al contrario, è assolutamente splendida l’opera disegnata da Marco Mariucci e realizzata da Maria Antonietta Taticchi, su commissione di don Fasto Sciurpa, priore dei canonici della cattedrale e rettore della chiesa. Innanzi tutto quella lunetta (sopra la lapide che ricorda la storica figura di don Luigi Piastrelli, parroco ed educatore) sembrava aspettare un contenuto adeguato, in termini di relazione tematica alla storia della chiesa e alla santa cui è intestata.

Ed è proprio una delizia per gli occhi. Senza contare la fatica che è costata, con diversi inconvenienti di rottura, date le dimensioni. Per cui (lo si nota solo da vicino) l’opera consta di tre elementi affiancati a puzzle. Le critiche si sono appuntate su una presunta seduttività dell’immagine, invero molto femminile e levigata. La crudezza del martirio, in effetti, manca. Mentre è perfetto il contesto con l’Etna e la città di Catania.

L’agiografia classica ci ha abituato ad affiancare all’immagine della santa gli strumenti del martirio: in genere una pinza di ferro, con la quale le furono strappati entrambi i seni. Le proposte agiografiche conseguenti rappresentano i due seni recisi, adagiati su un piatto o vassoio. Effettivamente l’immagine è ingentilita, non cruda, ed è evocativa del martirio… fino a un attimo primo che esso venga compiuto. Una fanciulla ancora integra, gelosa del suo corpo, religiosamente custodito. La mano protesa a uno dei seni, in funzione protettiva. Un seno che evoca femminilità e maternità… sebbene la santa fosse vergine. C’è chi dice: “Che bisogno c’era di mostrare il seno interamente scoperto? Si poteva parzialmente coprirlo con la mano”. Ad avviso dell’Inviato Cittadino, si tratta di questioni di lana caprina. Non è un capezzolo scoperto o meno a fare la differenza fra laicità e santità.

Un aspetto certamente positivo consiste nell’aver in qualche modo rilanciato fra i travertini della Vetusta il culto della Santa, fortissimo in Sicilia. La bellezza della ceramica avrà inoltre il merito di attirare visitatori che all’interno troveranno affreschi di recente restauro (Carla Mancini) e uno dei tre rari esempi di divinità trigonica (un cristo con tre facce), che a Perugia si trova solo nel portico della basilica di San Pietro e nella chiesa della Piaggia Colombata. Inoltre, il luogo, e la sala di recente inaugurazione, potrebbero costituire una location ottimale per l’associazione delle donne mastectomizzate. Sarebbe una maniera per collegare fede e pietà popolare con un problema diffuso e di drammatica attualità.

PS. Non sappia di saccenteria, ma quel latino è sbagliato. La scritta in lingua latina non è corrispondente al noto epitaffio di Sant’Agata (riportato in numerose campane italiane ed europee, in quanto la santa è protettrice di campanari e fonditori). La frase, apparentemente enigmatica, postula due verbi sottintesi: “(Habuit) mentem sanctam spontaneam, (dedit) honorem deo et patriae liberationem” (“ebbe mente naturalmente santa, diede onore a Dio e libertà alla patria”). Nella forma in cui è scritta nella ceramica, la sintassi non gira e la formula “patriam liberatorem” non vuol dire nulla. Anche la frase sottostante in italiano – che sembrerebbe una traduzione – dice in realtà qualcosa di molto diverso. Ma l’ignoranza del latino non inficia la bellezza dell’opera.
 

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