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“Paolo Villaggio? Un grande amico: amava Perugia, scappava dall'ospedale per andare al ristorante”

Parla il professor Elmo Mannarino, luminare medico dello Studium e stimatissima figura di riferimento del nosocomio perugino

“Paolo, Perugia e io: un trinomio validato da un sodalizio amicale e professionale lungo oltre vent’anni”. Parla il professor Elmo Mannarino, luminare medico dello Studium e stimatissima figura di riferimento del nosocomio perugino. “Paolo Villaggio è stato un grande amico e un paziente speciale”, dice commentando la scomparsa dell’attore e scrittore genovese che ha divertito – con libri, cinema, televisione – milioni di italiani. “Era un paziente, diciamo così: impaziente. Nel senso che mal sopportava certe indicazioni, specie se riguardavano limitazioni del cibo, di cui era incorreggibilmente bulimico”.

Quali le conseguenze? “Un diabete grave, scompenso cardiaco, ipertensione, problemi di carattere ostero-articolare”. “Amava Perugia e l’Umbria (aveva acquistato una proprietà a Città della Pieve, dove veniva volentieri) e, soprattutto, quando stava male si rivolgeva esclusivamente alle mie cure. Tanto che, se ero in ferie o impegnato in congressi, aspettava il mio ritorno per ricoverarsi”.

Aneddoti? Parecchi, ma senza violazione del segreto professionale e del patto non scritto di solida amicizia. “Per esempio, dato che gli limitavo l’alimentazione, faceva delle fughe dall’ospedale e mi capitava d’incontrarlo in giro per ristoranti. A volte, non controllando la bulimia (di cui era vittima consapevole) si adattava a mangiare quello  che trovava nei cassetti e negli armadietti degli altri ricoverati”.

Era esigente? “Non più di tanto: si fidava del mio lavoro. Ma, ad esempio, pretendeva  di essere in camera singola, cosa che spesso non era possibile. Allora si inquietava perché non lo lasciavano in pace. Era un via vai di ammiratori, adulti e bambini, che volevano vedere dal vero ‘Fantozzi’. E lui era cordiale, ma certe volte si scocciava”. Un’infermiera del reparto ci ha raccontato che Villaggio nascondeva del cibo ovunque. Addirittura teneva a bagno mozzarelle di bufala nel lavandino e le divorava in quattro bocconi, per timore di essere scoperto e rimproverato. “Dopo alcuni giorni di recupero e stabilizzazione, lo dimettevo. Ma era piena la consapevolezza che da lì a un po’ lo avrei rivisto, perché il suo regime alimentare era disastroso e Paolo si faceva del male da solo”, osserva Mannarino. E le frequentazioni personali? “Andavo a trovarlo a Roma e m’invitava a pranzo dal “Moro”, un ristorante che prediligeva”.

Ricordi? “Valori di affetti e amicizia. Ma lo rammenteremo per la sua rara capacità di osservare vezzi e vizi della società”. Basterebbe a salvarne la memoria il personaggio di Fantozzi, così drammaticamente paradossale. Eppure umano, umanissimo. Ultima maschera comica, con un retrogusto amaro. Come Villaggio era, in fondo, anche nella vita.

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