IL LUTTO Addio al maestro Straccivarius: per il poeta funerali laici, ecco quando e dove

Martedì, dalle 10 alle 12, i funerali laici di Silvano Cenci, in arte Straccivarius. Senza preti né simboli, perché Silvano era sacerdote di se stesso: nutriva infatti nell’animo una religiosità forte e sincera, ma distante le mille miglia da ogni forma di potere, di qualunque panni o forme liturgiche questo si vestisse. Silvano si professava “monaco tibetano” e lo faceva con orgoglio, ma senza supponenza. Era, e si sentiva, sacerdote di una missione indefettibile: quella dell’arte, della bellezza, della libertà. Lui, nonviolento, vittima di una violenza individuale e sociale che lo respingeva, confinando le sue sensibilità nell’àmbito rassicurante della “pazzia”. Ma non era affatto “matto”. Ne sa qualcosa l’antropologo Piero Giacchè che, da Parigi, ha chiamato per avere dettagli su questa fine solitaria. Lo sa l’Inviato Cittadino che lo conosceva da una vita e che da lui aveva imparato qualche accordo di chitarra. E che, informato da comuni amici del guaio di cui era rimasto vittima, si diede inutilmente da fare per tenerlo a Perugia. Invano.

Silvano è morto in solitudine, con solo qualche visita dell’amico Piero e Ivo del Papaya, ex Little Bar. Piero Velloni che ci dice: “L’amministratrice di sostegno prospetta due possibilità: la sepoltura in un loculo di famiglia (da recuperare) o l’inumazione. Sono sicuro che Stracci avrebbe preferito la seconda”. Ne convengo con tutto il cuore: cenere alla cenere, polvere alla polvere. Perché Silvano era questo: un uomo semplice, che amava le cose naturali, i sentimenti veri.

Alla Sala del Commiato saremo in diversi, ma non si trova chi voglia parlare. Cosa dire, che non suoni retorico o falso? Quanti gli sono stati vicini nel momento del bisogno? Nemmeno quelli che oggi ne fanno una bandiera. Giù le mani da Straccivarius! Silvano, omosessuale e strenuo sostenitore del diritto di amare. Anche quando, alla maturità, lo bocciavano continuamente perché –quale che fosse l’enunciato del compito d’italiano – trattava sempre del diritto all’amore omosessuale. Loro lo bocciavano e lui, l’anno dopo, continuava: a scrivere benissimo, ma “fuori
tema”.

Eppure era quello il tema della sua esistenza. Ma quanti, a Perugia, lo hanno difeso quando gli altri, i “normali”, lo dileggiavano? Tanto che se ne scappò a Nizza, a suonare con Benito Vicini che cantava al Cabaret Monmartre. A Nizza col mite Vitaliano, che faceva le pizze dietro un vetro, mentre Nito cantava estasiato, circondato dai marinai di colore statunitensi. Conservo qualche scatto, in spiaggia, nei momenti di libertà e ne ho messo qualcuno nella mia biografia del Nito. Un altro di “quelli”. Che si salvarono con la fuga, che cercarono aria nuova, diversa dalla tramontana perugina che taglia la faccia e scompiglia i capelli. Talvolta scappò, Silvano, come il poeta Sandro Penna che, ai tempi, nessuno conosceva e che lui ammirava. Ma Silvano tornò sempre a casa, nel suo “ufficio”, ad angolo fra via dei Priori e via della Gabbia. Con una sigaretta in bocca e una birra sul tavolino.

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Ora Silvano ha trovato pace. Forse il suo posto è proprio sottoterra, non in un loculo. Sotto terra, battuto dalla pioggia, coperto dalla neve, scaldato dal sole. Un luogo dove raggiungere quella pace che, da vivo, gli uomini gli hanno negato. Ciao Stracci! Che la terra ti sia lieve!

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