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Striscione contro forze dell'ordine e magistrati, a processo per apologia del fascismo

Militante di Forza Nuova accusato anche di vilipendio alle istituzioni repubblicane

Apologia del fascismo e attacco alla magistratura e alle forze dell’ordine. Un giovane militante di forza nuova è finito sotto processo per aver condiviso un comunicato stampa dell’organizzazione politica e per aver condiviso una foto di uno striscione: “Salvini, magistrati e polizia, i fascisti vi spazzeranno via”.

Il comunicato e lo striscione erano comparsi subito dopo un’operazione di polizia che aveva portato all’arresto, nel nord Italia, di un gruppo di militanti di Forza Nuova. Il leader della Lega aveva espresso un plauso all’operato delle forze dell’ordine. L’attacco, quindi, era rivolto sia contro il segretario della Lega sia contro magistrati e forze dell’ordine, definite troppo “militanti” contro la destra italiana.

In tribunale il giovane militante, difeso dall’avvocato Fulvio Carlo Maiorca, era accusato di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate e di ricostituzione del partito fascista.

La difesa ha eccepito la mancanza dell'autorizzazione a procedere del Ministero della Giustizia e della Difesa ex art. 290 codice penale e eccepito l’illegittimità costituzionale della disposizione XII in relazione all'articolo 3 della Costituzione Italiana.

Nel merito è stato chiesto il non doversi procedere perché “il fatto non sussiste, difettando totalmente l'elemento materiale di espressione, incitamento o esaltazione dell'ideologia fascista”. Non doversi procedere per impossibilità del reato ex articolo 49, II comma codice penale (reato supposto erroneamente e reato impossibile): “Come poteva un modesto operaio da solo ricostituire il partito fascista?”.

Il giudice per l’udienza preliminare Lidia Brutti ha accolto l’eccezione per la mancanza dell’autorizzazione ministeriale e lo ha assolto, nel merito, per non aver commesso il fatto. Il giovane era stato indagato dopo che sul suo profilo social aveva pubblicato il comunicato e la foto, ma il messaggio non era a lui imputabile.

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