Perde il lavoro dopo "Quarto passo" e diventa spacciatore per debiti di gioco, minacciato fa arrestare la banda

Per ogni consegna di droga gli scalavano 100 euro dal debito. Lo stupefacente era nascosto lungo il percorso verde di Ponte Felcino

Diventa spacciatore per ripagare un debito di gioco, ma poi perde un carico di droga e viene picchiato e minacciato dai trafficanti. Si salva solo con gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine che hanno sgominato la banda italo-albanese che operava alla periferia di Perugia. Uno della banda, però, fa ricorso in Cassazione contro la misura cautelare degli arresti domiciliari per il delitto di estorsione e di detenzione e cessione di circa un chilo di cocaina.

La vicenda nasce dalle dichiarazioni alle forze dell’ordine di un uomo che dice di aver conosciuto in un bar di Ponte Felcino l'indagato. Questi si offre di prestare mille euro al primo, in quanto disoccupato (rimasto senza lavoro dopo l’operazione Quarto passo, in quanto lavorava come manovale presso una delle aziende coinvolte) e con debiti di gioco. Un po’ di soldi per ripianare i debiti e “per festeggiare le imminenti festività natalizie”. Convinto di poter saldare il prestito appena ricevuta l’indennità di disoccupazione.

Così non avviene e l’indagato offre all’uomo un’opportunità: custodire della cocaina nascosta in un campo e consegnarla quando gli veniva richiesta. L’uomo accetta. Gli viene dato un telefono e l’indicazione di tenersi pronto. Dopo qualche giorno avviene la consegna di un chilo di cocaina suddivisa o da suddividere in pezzi da 100 grammi, con l’accordo che sarebbero stati scalati 100 euro per ogni consegna di un pezzo da 100 grammi. La droga veniva estratta dal cruscotto dell’auto e consegnata all’uomo e nascosta lungo il percorso verde di Ponte Felcino.

Nei giorni seguenti avvenivano quattro consegne. Il 4 gennaio del 2020, però, l’uomo si accorgeva che da nascondiglio mancavano due confezioni, una da 100 e una da 50 grammi. Per crearsi un alibi inventava un’operazione di polizia e la necessità di disfarsi della droga gettandola nel gabinetto.

I suoi “datori di lavoro” non gli credevano, anche perché erano venuti a sapere che un tipo di cocaina, una qualità chiamata “piscia di gatto”, proprio come la loro, era stata spacciata di recente in zona. Così lo picchiavano e lo minacciavano, compresa la madre, intimando di restituire subito il prestito e tutta la droga.

Per guadagnare tempo l’uomo si recava a Ponte Felcino e acquistava da un tunisino un assegno della Banca Popolare di Spoleto al prezzo di 20 euro. Trucco inutile, perché la banda lo scopriva subito e aumentava il tenore delle minacce.

Non potendo restituire i soldi, l’uomo andava al comando provinciale dei Carabinieri e denunciava i fatti. I militari dopo un paio di giorni di appostamenti trovavano la droga e la banda, arrestando il presunto capo. Quest’ultimo veniva sorpreso con due buste della spesa piene di banconote. Secondo la difesa dell’arrestato, però, “non è stato operato alcun sequestro di stupefacente e di denaro, non vi sono intercettazioni dei colloqui telefonici, non sono stati acquisiti i messaggi di testo ovvero i tabulati che dimostrino i presunti contatti tra le parti, non sono state raccolte dichiarazioni di persone informate sui fatti” utili a confermare le accuse. Da qui l’illegittimità delle misure cautelari.

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Per i giudici di Cassazione “il giudice di merito” ha “dato adeguatamente conto delle ragioni che l'hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell'indagato”, confermando la decisione del Riesame sulle misure cautelari a carico dell’indagato.

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