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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Le parole sono importanti? Di che materia son fatti i libri?

Quando la ragione va in pensione lo spirito ne muore. Non più freni né riflessioni, non esiste ahimè, ahinoi un vaccino contro la stolida stupidità.

Sì secondo Nanni Moretti. Ricordate lo schiaffo che il pallanuotista Michele Apicella, eroe eponimo del regista, appioppa in faccia alla giornalista che parla sciattamente per luoghi comuni e frasi fatte? «Chi parla male pensa male e vive male». Le parole consentono agli umani di comunicare, conoscere, tramandare saperi, suscitare e creare emozioni. Sono pietre e nuvole. Sogni e sangue. Farina e pane. Amleto risponde a Polonio che gli domanda che cosa stia leggendo: parole parole parole. Il mondo è fatto per finire in un bel libro dice il poeta Stéphane Mallarmé, ma anche in uno brutto aggiungo io per legittima difesa. E poi il poeta dice che la carne è debole e ha letto tutti i libri, domanda che talvolta mi vien fatta nello studio: ma li hai letti tutti? Di che materia son fatti i libri, ditemi, solo della materia di cui son fatti i sogni?

No, son fati di segni e di parole. Miliardi, in migliaia di lingue. [Ammiro Antonietta Pastore che da sedici anni traduce dal giapponese, lingua ideografica, i libri di Murakami Hiroki: sto leggendo le 850 pp. di Assassinio del Commendatore, magnifico.] Dagli albori del mondo creato. Eppure con appena 2.000 si può comunicare e compitare con l’italiano dell’uso. Soltanto uno scrittore, una scrittrice conosce la fatica di stare ore davanti alla pagina bianca e non trovare lo straccio di un’idea, avvolti in un vertiginoso vuoto pneumatico di parole. Diceva Julien Green (1900-1998), immenso scrittore di lingua francese, che mentre il pensiero vola le parole vanno a piedi, ed è il dramma di chi scrive, sia Grazia Deledda o Philip Roth o il sottoscritto. Cosa c’è in un nome? quella che noi chiamiamo rosa anche con un’altra parola avrebbe lo stesso soave profumo; anche se la chiamassimo sasso, sembra voler dire Romeo a Giulietta. 

Ma non ti pare di star pestando – eccola lì l’insidia della metafora frusta e antica che vuoi punire negli altri! – l’acqua nel mortaio? Il mondo, o meglio la terra, sta morendo sotto i colpi della modernità e del globalismo, non puoi manco tassare con un obolo dell’1% i super ricchi mentre piccoloborghesi fan la fila alla Caritas per una minestra calda (abbiamo sconfitto la povertà! disse uno scugnizzo ora – udite udite! – ministro degli esteri) e tu scribacchino di provincia ti stai a baloccare con parole sulle parole, ma va’ in convento, va’. Sì, hanno ragione coloro i quali anziché rimboccarsi le maniche (ancora figure retoriche) sono fermamente convinti, religiosamente convinti che la terra è piatta, che gli americani non sono mai scesi sulla luna, che le torri gemelle le ha abbattute quel tonto di Bush jr in combutta cogli ebrei dominatori del mondo, che la pandemia è un complotto di Bill Gates d’accordo con i cinesi e con big pharma, che non esiste riscaldamento climatico se l’inverno continua a esser freddo, che le migrazioni occorre fermarle sparandogli come a Ceuta in Marocco, che un bottegaio che ammazza due ladruncoli fuori dal negozio e alle spalle è un eroe, che che che… la lista saccheggerebbe lo spazio di venti schegge.

Quando la ragione va in pensione lo spirito ne muore. Non più freni né riflessioni, non esiste ahimè, ahinoi un vaccino contro la stolida stupidità. Ma bisogna andar cauti contro lo slogan di Michael Moore e il suo stupid white man quando si inneggia a black lives matter. Non esageriamo con l’eccesso di pentimenti verso passati colonialisti e razzisti. Spesso ci vengono da paesi e popoli grondanti sangue Non diamo tutte le colpe al maschio bianco etero non disabile, anche se è costui che ammazza la compagna che rivuole la propria vita o narcotizza e stupra a piacimento, forte del denaro e della posizione dominante. Vedete come un’arringa sulle e per le parole si trasformi per forza d’idee in una denuncia piena di rabbia. Chiudo su una pagina curata da Luca Mastrantonio, eroico redattore di “7 Sette“, che rinvia a un testo del poeta argentino Hugo Mujica (1942): «Hay una henditura / en la palabra /henditura, // un desgarro donde / cada palabra calla, / donde todo callar crea; // es lo que en el decir es aliento / no de sonido, / es donde en cada palabra / nos escuchamos revelados». C’è un crepa / nella parola /crepa; // c’è uno strappo dove / ogni parola tace / dove tutto il tacere crea; // e ciò che nel dire è il respiro, / non il suono, / è dove in ogni parola / ci sentiamo rivelati. Sia dato credito alla poesia chiedeva Seamus Heaney. E sia data gloria a lui, specchiato poeta d’Irlanda.

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