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Referendum sulla giustizia di Lega e Radicali, l'ex pm Mignini: "Quesiti inutili su riforme sbagliate"

L'intervento dell'ex magistrato perugino sulla proposta di introduzione della responsabilità civile dei giudici, l'abolizione del Csm e la riforma della custodia cautelare

Riceviamo e pubblichiamo l'intervento dell'ex magistrato perugino Giuliano Mignini sulla proposta di referendum che riguardano la riforma della giustizia.

È iniziata la raccolta delle firme per i referendum sulla giustizia da parte della Lega e del partito radicale.

Non è una notizia clamorosa e inaspettata, ma è necessario rifletterci su. Che i radicali organizzino un referendum di questo tipo è cosa a cui siamo abituati. Ciò che cambia è il soggetto a cui si abbinano. Talvolta, in coerenza con il contenuto di quella sorta di “fondamentalismo liberale, liberista, libertario” che caratterizza i radicali, questi si alleano con la “sinistra” politica.

In altre occasioni, i radicali fanno una scelta sulla base dell’opportunità pratica e scelgono il loro partner a destra, cioè in un'area che teoricamente dovrebbe trovarsi all'estremo contrapposto, ma che, per via di contingenze storiche che cercherò in futuro di approfondire, ha operato una scelta contraria, in questi caso, all'etimologia di "destra" che significa "diritto" o "giustizia".

E infatti, questa volta, l'alleanza che propone questi referendum, che è, per i motivi che esplicherò, "antigiudiziaria", i radicali la fanno con la Lega, cioè con una formazione che, al di là di un vistoso pragmatismo, si colloca sul versante destro dello schieramento politico.

Matteo Salvini è un personaggio che inalbera il rosario, espressione di una fede cattolica di tipo tradizionale, contemplativa e intellettuale, mariana e, quindi, cristocentrica e, contemporaneamente, oltre a scelte discutibili in politica estera, con l'indifferenza, o peggio, verso i cristiani, specie cattolici e ortodossi del Medio Oriente, che sono, pressoché esclusivamente, di etnia araba, si allea con quella che è la componente più rigorosamente anticattolica che esista in Italia cioè con il partito radicale che ha promosso tutte le leggi che hanno contrastato il carattere creaturale dell'uomo, dall'aborto all'ideologia del cosiddetto "gender".

Il principio logico di non contraddizione patisce in modo vistoso questa nuova cultura gnostica e "dialettica" che consente di affermare tutto e il contrario di tutto in ogni argomento.

E così, anche nella giustizia, anzi, soprattutto in questo settore, le correnti politiche che, nell'ambito del costume, difendono posizioni di "destra", nell'ambito della Giustizia, per via del "berlusconismo", corrono invece a briglia sciolta verso il "sol dell'avvenire" della difesa del più estremo "garantismo" e della obliterazione delle esigenze di giustizia. E, al fondo di tutto questo, ci sono senza dubbio le vicissitudini dell'Italia bellica e postbellica ma anche di quella realtà ancipite che è il liberalismo, come viene vissuto in Italia, che è una ideologia politicamente "moderata", ma culturalmente "rivoluzionaria", con quella sua carica di anarchismo e di astrattezza che la caratterizza nell'intimo ma che viene spesso celata prudentemente in Italia dove i veri liberali, a parole e nei fatti, sono gli eredi di Marco Pannella.

Cerchiamo di capire di cosa trattano questi referendum.

Il primo riguarda il CSM. Il referendum punta a eliminare la raccolta di firme richiesta per la presentazione delle liste.

In questo modo, tutti i magistrati interessati potrebbero concorrere paritariamente e senza necessità dell'appoggio di correnti. Già, questo vale per la presentazione delle candidature ma, in sede di voto, come si potrebbe impedire a un candidato che sa di poter contare sull'appoggio di una corrente o anche solo di un aggregato informale, di far confluire i voti sul candidato x o y ?

Non mi pare che si risolverebbe il problema delle correnti. E poi qualcuno dovrebbe spiegarmi quale sistema rappresentativo si dovrebbe utilizzare per l'elezione di componenti di un organismo di rilevanza politica come il CSM dove vi sono anche membri "laici". Vogliamo togliere ai partiti il diritto di scegliersi i laici, visto che ai magistrati vogliamo "togliere" le correnti?

Passiamo oltre. Responsabilità civile diretta dei magistrati.

Qui siamo nell'irresponsabilità più sconcertante. Solo in un'astrattissima visione liberale si può dire: ogni attività prevede una responsabilità. Chi sbaglia, paga. Tutto facile. Ma possibile che non si approfondisca un po' tra le diverse attività che possono produrre un danno ? Possibile che si pongano tutte sullo stesso piano, alla "liberale", attività come quella di un carrozziere, di un vetraio, del comandante militare incaricato della difesa di una città, di un confessore, di un dentista, di un docente universitario e, appunto, di un magistrato ? È mai possibile questa superficialità?

È mai possibile non rendersi conto che un avvocato deve fare gli interessi del suo cliente e che, se non lo fa e l'errore o l'omissione rientra nella tipologia prevista dalla legge, il suo cliente ha il diritto di citarlo per danni, ma che il magistrato non ha alcun cliente e non ha interessi da curare, se non quello della giustizia, come il pm. Anzi, nell'attività del magistrato ci sarà sempre chi otterrà ragione e chi, viceversa, sarà riconosciuto nel torto, ma nessuno accetterà di avere torto. E poi i mezzi di impugnazione che servono proprio a perfezionare sempre di più la decisione, dove li mettiamo? E, soprattutto, qual è il danno dell'attività giudiziaria? In che consiste? Le diverse possibili ricostruzioni di un fatto o interpretazioni di una norma possono essere considerate "errori"?

Nessuno sembra rendersi conto che questo istituto, specie nella forma dell'azione diretta contro il magistrato, tenderà a condizionare la sentenza inducendo il magistrato a privilegiare soluzioni comode, di compromesso o a privilegiare la tesi della "parte" più potente e dotata di mezzi economici e a sacrificare quella meno disponibile a sostenere i costi di un processo di responsabilità civile del magistrato, anche se nel giusto.

Pensiamo ad un processo penale per lesioni da malattia professionale promosso da un lavoratore contro una multinazionale che potrà disporre di consulenze, difese agguerritissime e mezzi economici senza risparmio. Nella nuova disciplina che potrebbe derivare dalla "vittoria" della proposta referendaria, quali possibilità vi saranno che il magistrato adotti una soluzione giusta e coraggiosa e incisiva, volta ad accertare il fatto e ad irrogare, nel caso di sussistenza della responsabilità, la sanzione prevista dalla legge?

Separazione delle carriere. Serve a garantire l'autostima dei penalisti, frustrati, dopo l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, dal fatto che la parità delle parti sia rimasta solo parziale. È possibile premessa all'assoggettamento del potere giudiziario a quello esecutivo. Ma possibile che non lo si capisca? E possibile che non si capisca che, separazione o meno, pm e giudici dipenderebbero sempre dallo Stato dal quale sarebbero pagati ? E allora?

Pressoché incomprensibile è il quesito sulla custodia cautelare dove si affermano questioni di principio su cui tutti dovrebbero essere d'accordo ma che sono presenti nella disciplina attuale che limita la custodia cautelare a situazioni rigorosamente precisate. Vanno rigorosamente motivate tutte le condizioni che consentono la custodia cautelare. Si è citato, come motivo di urgenza del referendum, la mancata motivazione sulle esigenze cautelari nel fermo relativo alla tragedia del Mottarone. E che ci azzecca? Direbbe il buon Tonino. Se il pm ha omesso di motivare, il gip non ha convalidato il fermo. E allora? Il quesito mira semplicemente a ridurre l'area della custodia cautelare? Bisogna vedere ed evitare situazioni in cui si possa poi accusare di inerzia il magistrato. Tanto sarà sempre pronta l'accusa opposta. Se il fermato o l'arrestato si sono rivelati colpevoli o sono da considerare tali secondo i "desiderata" dell'opinione pubblica, si da' addosso al magistrato troppo prudente. Se il fermo o l'arresto non sono stati seguiti dalla condanna, e questo può succedere, si grida al magistrato che avrebbe dovuto prevedere l'esito del processo.

Questi politici sembrano ignorare che il procedimento penale si muove nel tempo e che il patrimonio probatorio può arricchirsi ma può anche smentirsi.

Il magistrato, come nessun uomo, non può prevedere il futuro e non è al servizio di nessuno ma è arbitro tra due contendenti che rimangono tali a prescindere dall'esito del processo.

Consigli giudiziari. I quesiti mirano a dare diritto di voto nei consigli giudiziari, in relazione alla valutazione dei magistrati, anche ai membri "esterni", laici, cioè agli avvocati. Al di là del costante riemergere di un "favore" della classe politica verso gli avvocati, che è vistoso nella separazione delle carriere, la soluzione è l'unica a non scandalizzarmi. Se ci sono, perché non potrebbero votare. Certo, auspicherei che tutto questo interesse alla riforma della giustizia si esercitasse anche nella riforma dell'avvocatura o questa non avrebbe bisogno di riforma?

Legge Severino. È la legge anticorruzione. Solo in una visione che antepone a tutto le "garanzie" a discapito del fine della legge poteva venire in mente l'abolizione di questa legge, in un paese dalla scarsissima sensibilità verso questi temi e con larghe sacche di illegalità e di spazi lasciati al controllo delle organizzazioni malavitose.

Quello che colpisce non è tanto che a proporli siano i radicali, a cui sta a cuore. Il soddisfacimento pieno di ogni pretesa individuale in un contesto di edonismo senza freni ma che ad unirsi ad essi sia un partito, la Lega, tradizionalmente difensore dei valori tradizionali della cultura occidentale, fondati, è inutile negarlo, sulla religione cattolica e sull'eredità romano germanica.

E invece, proprio la Lega, ha dimostrato la sua deriva contraddittoria, ponendosi a "destra", a difesa dei valori "tradizionali", ma nel solco dello "gnosticismo" politico nel settore chiave della Giustizia. A tanto è giunto il "berlusconismo" e a tanto è giunta questa dialettica, questo scontro ideologico tra "garantismo" e "giustizialismo", dove il primo è automaticamente buono e il secondo è espressione di "populismo" e, quindi, automaticamente da squalificare.

Ma l'iter della giustizia è, appunto, un iter, un percorso che tende a un fine, ecco il grande assente di questo dibattito in cui sembra che si debba addirittura garantire il cittadino dalla… giustizia.

Qual è il fine della giustizia? Accertare un fatto contestato e stabilire quale pretesa vada riconosciuta.

E questo, in ambito penale, equivale ad accertare se corrisponda o meno al vero una notizia di reato, individuarne l'autore e irrogare la pena. Il fine è l'elemento qualificante di un'azione. Non basta, certo, la bontà del fine per rendere buona un'azione. Occorre anche la bontà dei mezzi usati ma i due elementi non possono essere scissi.

Oggi con i due slogan, quello "buono" del "garantismo" secondo cui lo scopo della giustizia è "garantire" l' indagato - imputato e quello perverso del "giustizialismo" che è la versione giudiziaria di "populismo", cioè del "nuovo fascismo", propugnati dall'ala più politicizzata del mondo forense, in costante collegamento con le aree ultraliberiste dello schieramento politico, si è ormai focalizzato il problema "giustizia" in quello delle "garanzie", a discapito del fine.

Ma se è vero che il fine non giustifica i mezzi, è anche vero che i mezzi e, quindi, la "bontà" delle garanzie non giustificano il fine.

Vogliamo capirlo o no che i due elementi sono inseparabili?

Giuliano Mignini, magistrato

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