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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Titoli....

No, tranquill* lettric*, non son diventato per fame di moneta e di rischio un venditore di cedole finanziarie né gentili né tossiche. Parlerò di titoli di libri, poesie, musiche, quadri, edifici, chiese, persone, pseudonimi. L’Umbria è bianca (una volta era rossa fuego e i bianchi eravamo noi poareti democristianucci) e dunque oggi una scheggia leggera leggera come lo starnuto di un cherubino, senza maschera perché lassù son tutti vaccinati. Ecco vedete com’è facile imbattersi, inciampare (in bevanato inciompicare) in un titolo sensazionale, immortale come L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Se le parole sono importanti per il didentro il titolo è importante per l’involucro. 

A me è sempre piaciuto il titolo Il buio oltre la siepe, libro del 1960 (anche se, onore all’editore italiano, il titolo originale è To Kill a Mockingbird – Uccidere un tordo) di Harper Lee, e pure il film omonimo del 1962 con un maestoso Gregory Peck. Così come ha molto peso l’incipit, e anche l’explicit; ci torneremo prossimamente ma due esempi li anticipo subito: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice invece è disgraziata a modo suo». Attacco di Anna Karenina di Lev Tolstoj. «Solo questo seppe. Era caduto nelle tenebre e nel momento in cui lo seppe cessò di saperlo». Finale di Martin Eden di Jack London. Confesso che sono citaziondipendente, ma, lo dico per l’ennesima volta sono mozziconi di frasi frutto di letture sul campo, o meglio sul libro, sulla pagina. Bene! Un titolo che mi irretisce è di Fernando Pessoa (1888-1935), il travet, l’impiegatuccio portoghese un po’ snob (commosse Nerina la sua statua in bronzo, seduto davanti al suo caffè A Brasileira“ in Rua Garrett 120 a Lisbona) ed è Un’affollata solitudine ossimoro sublime, si sfoglino i due volumi curati per la Bur dal perugino Piero Ceccucci, questo appena ricordato che contiene le poesie eteronime, quelle che firmava come fossero di autori realmente esistiti, invece suoi alter ego: Álvaro de Campos, Ricardo Reis e altri; e le poesie ortonime, firmate come Pessoa: Il mondo che non vedo. In copertina appaiono manoscritti suoi versi. 

Eteronime: «Non sono niente / Non sarò mai niente / Non posso volere essere niente / A parte questo/ ho in me tutti i sogni del mondo». Ortonime: ««Il poeta è un fingitore / finge così completamente / che riesce a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente. / E quelli che leggono ciò che scrive / nel dolore letto ben sentono /non i due che egli ha avuto / ma solo quello che loro hanno». Diavolo di un poeta tuti i
pomeriggi seduto a quel caffè a riempire fogli di taccuino sotto il cielo atlantico di Lisboa. E gli altri titoli? Triste solitario y final? Cime tempestose? Via col vento? Il visconte dimezzato? Cent’anni di solitudine? Se questo è un uomo? Sono volati via per un colpo di vento. Sarà per la prossima volta, se sopravvivo alla volgarità della politica. e alla violenza cieca dei nostri tempi, come quella futile e insensata contro il
nostro amministratore Tommaso o contro la diciottenne trucidata dalla barbarie delle tradizioni. Dormi in pace dolce Saman.
 

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