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Il blog di Franco Parlavecchio - Gli italiani che se ne vanno e non tornano più

Spesso ci fermiamo a pensare a quante persone entrano in Italia ogni giorno, più di 180 mila nell’intero 2016 secondo i dati ufficiali, ma ci dimentichiamo quanti dall’Italia escono: sempre nel 2016 ben 115 mila, un vero record.

Per studenti e neolaureati potrebbe sembrare naturale, si parte per fare nuove esperienze, per la carriera, mentre i pensionati vanno a godersi la loro rendita nei Paesi dove il denaro vale di più.  

Ma sono tantissimi i quarantenni e cinquantenni, un esercito di quasi 15 mila persone nel 2016, che non sempre scelgono, sono costretti a partire a causa della crisi. Spesso sono persone che hanno famiglia, che lasciano un’intera vita di affetti, di certezze che da un momento all’altro diventano incertezze per un senso di precarietà generale.

Nonostante la sfida di una lingua da imparare preferiscono il buio incerto alla nostra inerzia certa, una sfida coraggiosa per garantire un futuro alla famiglia. Circa un terzo delle persone che partono sono laureate ma ci sono anche lavoratori poco qualificati in cerca di uno stipendio che l’Italia non garantisce più. Spesso questi italiani non tornano più sui loro passi. Conservano una sorta di odio amore per l’Italia.  Sono fieri del nostro Paese solo mentre si trovano all’estero, sovente malinconici. La loro nostalgia dura, tuttavia, il tempo del tragitto di ritorno e svanisce all’arrivo, appena si imbattono con il primo dei tanti ostacoli nel BelPaese.

Ma noi perdiamo o guadagniamo da questi flussi migratori in entrata e in uscita? La nostra emigrazione è variegata mentre l’immigrazione attualmente è meno qualificata, un tempo forse era il contrario, ma il mondo ora è cambiato. Da noi un extracomunitario o un figlio di extracomunitari potrebbe mai diventare sindaco di una grande città? Potrebbe mai essergli intitolato un aeroporto? 

A New York il nome di un aeroporto è stato dedicato a Fiorello La Guardia, nato negli Stati Uniti ma figlio di immigrati italiani. Diventò sindaco di New York per tre mandati. Lo ricordano come un lavoratore instancabile. Nel 1928, la sera della vigilia di Natale era rimasto in ufficio fino a tardi; con lui, vedovo, solo la segretaria che batteva a macchina le lettere. La invitò a cena quella sera e giunti davanti alla porta del ristorante le annunciò che era licenziata. Non avrebbe mai voluto che si dicesse in giro che corteggiava la segretaria. I due si sposarono dopo pochi mesi. Ma questa è un’altra storia… un altro tempo… un altro mondo.

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