Domenica, 14 Luglio 2024
Calcio

GRIFONERIE Il capolavoro di Alvini non merita un Curi deserto

Solo 3470 paganti per la sfida alla capolista, c’erano più spettatori dieci anni fa in serie D

claudio sampaolo-2-2-3Perugia-Pontevecchio 3000 spettatori, Perugia-Castel Rigone 4500, Perugia-Todi 6000, Perugia-Lecce 3470. Dove sta l’errore? Non c’è. Semplicemente perché la matematica non è un’opinione e questi numeri dimostrano in modo incontrovertibile che c’era più attenzione verso il Grifo, più partecipazione, dopo l’ennesimo fallimento societario, per una serie D che somigliava molto all’Eccellenza regionale, che per la B di quest’anno. E che B.

Massimiliano Alvini, che è fondamentalmente un entusiasta del mondo del calcio, ogni volta ringrazia i tifosi che vengono al Curi o che si sobbarcano trasferte lunghissime (e fa bene), ma pone anche l’accento sugli anni passati, quando lui capitava da spettatore e vedeva lo stadio pieno. Come dire, che cosa dobbiamo fare ancora per portare la gente al Curi?

Lui, la società e i giocatori stanno andando oltre ogni previsione, pur essendo vero che il trend negativo delle presenze è purtroppo abbastanza diffuso. Il Lecce ha una media di 8mila spettatori, gli altri navigano quasi tutti dai 3500 a 5000. Una miseria di incassi, ma anche partite disputate in condizioni ambientali deprimenti. Dappertutto poco pubblico, spalti semivuoti, assenza totale di clima. E passi per i coraggiosi che vanno allo stadio, ma ancora peggio va a chi guarda le partite di serie B su Sky o Dazn. Nonostante l’encomiabile sforzo dei telecronisti quello che rimbalza dagli schermi alle nostre case è un calcio depresso, spesso brutto e illogico, non solo come clima generale ma anche tecnicamente. E se una squadra come il Brescia è in cima al campionato significa, per capirci, che qualcosa non quadra.

Chiediamoci, allora, che cosa vorrebbe il tifoso medio del Grifo che anche quest’anno ha deciso di disertare. Uno stadio più comodo? Non è possibile. Il Curi, anzi il Pian di Massiano, era così anche quando si riempiva fino a 26mila presenze e nessuno faceva un fiato. Si lavora poco sui rapporti con i tifosi, sulle presenze dei giocatori e dell’allenatore nei club e nelle tivù private? Può darsi, anzi sicuramente. Chi ha deciso di “blindare”Alvini, concedendolo solo per le spesso interlocutorie conferenze stampa pre e post partita non ha ben capito l’importanza di presentare i propri “dipendenti”, far sì che si creino dei personaggi, costruire una empatia. Alla società Perugia Calcio non sarà sfuggito come la Gazzetta dello Sport dedichi quasi tutti i giorni interviste con giocatori importanti, allenatori, addirittura una pagina fissa sul Torino visto che la “rosea” è di proprietà di Cairo. Non andrebbe bene, deontologicamente, ma a questo dovrebbero servire i mass media. Concedere qualcosa per ottenere un ritorno ad entrambe le parti.

Detto questo è giusto sottolineare come Alvini, del quale non si sa nulla della sua vita privata, del lavoro che faceva prima di allenare, dei successi in tutte le categorie, a partire dai campionati regionali, ha presentato fin qui un biglietto da visita eloquente. Il suo Perugia gioca a calcio, ha idee, strategie sempre vincenti, “suda la maglia “ come chiedono i tifosi.

Alvini è sempre misurato nelle dichiarazioni, quasi preoccupato di farsi nemici, ma nel dopo-Lecce non s’è tenuto ed a Baroni che farneticava di cose mai viste in campo ha risposto secco “non ci ha capito niente per tutta la partita”. Esatto. Guardando dall’alto della tribuna stampa ci chiedevamo, per l’ennesima volta, come mai tantissimi allenatori (Pecchia, Inzaghi, Baroni stesso) non sappiano sfruttare la superiorità numerica, ricorrendo unicamente ad ammassare attaccanti. Come se a Coverciano questo “fondamentale” non fosse contemplato. Alvini, invece, ha fatto un piccolo capolavoro anche sabato, schierando un 4-3-2 al posto di uno scontato 4-4-1 che fanno quasi tutti i suoi colleghi, che in caso di inferiorità tolgono un attaccante e mettono un difensore. Qual è la differenza? Che Alvini ha difeso con 7 giocatori contro 7, quindi in perfetta parità, perché Baroni ne teneva tre dietro per marcare De Luca e Olivieri, per l’esattezza Lucioni,Tuia e Barreca come evidenziato dall’azione del gol.

Insomma Alvini s’è messo in tasca anche Baroni, come tutti gli altri suoi colleghi, tranne Gattuso che a Como, complici alcuni svarioni dei singoli, ha vinto la partita in 28’.

Una strategia che ci ha ricordato da vicino un episodio che si perde nella storia del calcio, ma che abbiamo bene in mente e si riferisce alla strategia innovativa di Leo Beenhakker, allenatore olandese giramondo, che dopo le panchine di Ajax, Real Madrid, Feyenoord, Saragozza e nazionale olandese, cominciò ad affrontare imprese impossibili con selezioni tipo Arabia Saudita o Trinidad & Tobago. Proprio alla guida del club caraibico riuscì nell’impresa, ai mondiali del 2006, di conquistare un punto contro la Svezia di Ibra.

Quando la sua squadra rimase in dieci all’inizio del secondo tempo Beenhakker tolse un centrocampista ed inserì una punta, velocissima, puntando su un 7-2 e contropiede (come il Perugia di sabato…). Così, mentre la Svezia arrivò a schierare 5 punte, Trinidad & Tobago sfiorò più volte il gol della vittoria e conquistò il primo storico punto ad una finale mondiale.

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