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GRIFONERIE La strategia di Alvini è vincente, la tattica un po’ meno

L'analisi dopo il 2-2 incassato al 96' sul campo del Monza: i cambi Burrai-Vanbaleghem e Rosi-De Luca hanno chiuso il Perugia in area di rigore rinunciando a giocare. Ma Ghion, Murano e Carretta non erano affidabili?

claudio sampaolo-2Sabato scorso, nella conferenza stampa che ha preceduto la trasferta di Monza, rispondendo ad alcune domande su giocatori assenti, schemi ipotetici e sostituzioni possibili,  Alvini ha dato una risposta saggia, diremmo anche scontata conoscendo le sue idee calcistiche. Cioè: il Perugia fin dall’inizio della preparazione segue la stessa strategia di gioco precisa, al di là dei numeri e dei nomi.

Uno spartito che chiunque vada in campo è sempre quello. Non è facile, ma nel calcio degli ultimi 4-5 anni sono orma in parecchi ad adottare questo “sistema” propositivo, cominciando da Gasperini (ovviamente), passando per Juric, Italiano, Tudor, Dionisi, Andreazzoli, Zanetti e se vogliamo anche Pioli, Spalletti e Inzaghi con qualche variante.

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Esempio classico ancora quello dell’Atalanta che domenica sera ha affrontato l’Inter, cioè la capolista e grande favorita per lo scudetto, senza Toloi, Hateboer, Gosens, Ilicic, Malinovskj e Zapata, ma non ha mutato di una virgola l’atteggiamento, non si è affidato alla tattica.

Perché la tattica, fine a se stessa, non paga mai e questo è più o meno quello che è successo al Perugia negli ultimi 20’ a Monza.

Del resto, Arrigo Sacchi, cioè l’allenatore che ha cambiato il calcio negli ultimi 30 anni e che ora è apprezzato opinionista della Gazzetta dello Sport, non perde occasione per ricordare quanto segue: “… fare del tatticismo una ragione di vita è pericoloso, perché quel che conta è la strategia… la strategia senza tattica è la strada più lenta per la vittoria, ma la tattica senza strategia è la confusione prima della sconfitta”. Parole sante, si potrebbe aggiungere.

Veniamo al Perugia. Con quale schema ha giocato Alvini? I numeri vanno tutti bene: dal 3-5-1-1 al 3-3-3-1. Ma per tutto quello che abbiamo appena detto non sono questi i dati rilevanti. Quello che ha impressionato, almeno, ripetiamo, fino al 76’ è stata la mole di gioco sviluppata dal Perugia, con una applicazione feroce che ha mandato in tilt letteralmente il Monza. Sia prima che dopo il gol di Valoti su rigore. Una strategia che prevedeva Angella, Sgarbi e Dell’Orco andare in avanti ad attaccare costantemente, anche a costo di liberare spazio dietro le spalle, che portava Kouan a raddoppiare su tutti e non solo su Barberis (regista di Stroppa), aiutato in questo da Segre e Santoro, nonché da Burrai che teneva alta la linea.

E quando Alvini ha capito che il Monza stava soffrendo pericolosamente la pressione portata sull’avvio dell’azione (47’ Segre sfila la palla a Caldirola, pressato dal solito Kouan e per poco non pareggia) ha messo Matos, che in venti minuti ha ribaltato la partita.

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Poi che è successo? Diciamo che Alvini  ha scelto più la tattica che la strategia, mettendo prima Vanbaleghem per Burrai (76’) e poi Rosi per De Luca (82’).

Ora, occorre dire che un allenatore conosce i suoi uomini meglio di chiunque altro e dunque può benissimo aver visto il regista del Grifo in debito d’ossigeno, preferendo mettere un giocatore più fisico, visto che il Monza, alla seconda partita in tre giorni, giocava solo a buttare palloni in area. Che poi Vanbaleghem sia costantemente preferito a Ghion in questi frangenti fa parte di quanto appena rilevato: non è una scelta strategica ma solo tattica. Altrimenti, per continuare a giocare come aveva fatto fino a quel momento il cambio esatto sarebbe stato Burrai-Ghion. Un regista per un regista. Di sicuro bisogna annotare che per l’ennesima volta il giocatore francese si è trovato coinvolto nella sequenza di errori che hanno portato al 2-2 (e per giunta in una giocata aerea…) e da quel momento il Perugia non è più ripartito. 

Anche perché, togliere De Luca lasciando soli davanti Matos e, a turno, Falzerano o Kouan è stato un segnale preciso sia all’avversario sia ai suoi giocatori. Cioè: difendiamo tutti dentro l’area e non facciamo passare niente e nessuno. E sui rilanci, quasi sempre a casaccio, nessuno dei “piccoli” aveva la forza di andare a prendere il pallone e tenerlo lassù.

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Poteva entrare Murano, unico attaccante a disposizione? Per struttura sì, quantomeno avrebbe tenuto impegnati un paio di avversari. Poteva entrare Carretta? Per la velocità di base e la fisicità che emette in campo certamente sì. Non era pronto? Forse è andato in panchina per riabituarsi al “clima partita”? Mah… queste cose non le sapremo e non le capiremo mai.

Conclusione dell’analisi: è abbastanza arbitrario parlare di “pareggio beffa”, perché prima del pasticcio finale il Monza aveva fatto il tiro al bersaglio su Chichizola (76’ Valoti, 88’Favilli), aveva sfiorato il 2-2 con Mota (90’) e in buona sostanza s’era accasato nell’area piccola del Perugia. Anzi, a dirla tutta, è andata pure bene che il pareggio non sia arrivato prima perché a quel punto il rischio di perdere la partita sarebbe stato concreto. Non per nulla l’ultima in casa il Monza l’aveva vinta 3-2 col Frosinone, rimontando da 1-2 con gol all’87’ e al 92’.

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