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Schegge di Antonio Carlo Ponti | Lettera a Mario (Draghi)

Caro Mario, tu sai – ne abbiamo parlato più volte durante le nostre rare ma divertenti e serene chiacchierate – che non ho più platee di carta su cui far planare la mia dissennata mania per la scrittura vecchia 75 anni di mia vita. Già quando a Bevagna tracciavo le prime aste sui quaderni sotto l’occhio severo del maestro Candido – meno male che era cugino di mia mamma Edvige sennò avrei buscato anch’io bacchettate col suo ramo di frassino, frassino orniello aggiungeva sornione – sognavo di fare il giornalista. Ora mi ospita da un po’ di mesi un eccellente giornale on line, e pubblico volentieri queste schegge, e lo vieni a sapere oggi con questa lettera che voglio sia pubblica, un po’ per far sapere – narciso! – che siamo amici, un po’ perché intendo darti un paio di consigli; qualcuno come direbbe Manzoni griderà allo scandolo: questo Ponti ma come si permette, chi crede di essere… 

Stavo per cominciare questa lettera con un “ma chi te l’ha fatto fare” (qualcuno non proferì non difficile ma impossibile governare gli italiani?), ma so che il tuo senso del dovere, lo spirito di servizio per gli Italiani, che è nel tuo animo, nella tua intelligenza, ti hanno sciolto ogni dubbio, ogni tentennamento, dovendo forse azzerare l’otium nel tuo buen retiro, in quel pezzo d’Umbria che accarezza la Toscana, dove son capitato una mezza dozzina di volte, più che una dacia amena e ospitale un casale imponente dove abitarono – si sente, si avverte col naso – famiglie di mezzadri prima del doloroso esodo dalle campagne degli Anni Cinquanta, prima dell’inurbamento e del boom economico. Ma quando la Patria chiama, quando un presidente-miracolo chiede sacrifici…

Cincinnato risponde, e poi tu sarai, a meno d’impazzimenti suicidi della classe politica, il successore di Sergio Mattarella sul Colle del Quirinale, nessuno lo merita più di te. Certo un presidente incaricato ne deve buttar giù di bocconi poco dolci o addirittura amari, rospi nodosi, come dover ricevere una pletora di litiganti – anziché esperti e onesti naviganti di lungo corso – alcuni dei quali dilettanti o improvvisati o incompetenti… è faccenda indigesta. Posso darti un solo consiglio?

Anzi due? Al di là dal ministero della transizione ecologica ( escamotage per tranquillare i grillini che, mentre Jean-Jacques si agita un po’, possono in 119.871 votanti, decidere le sorti del Paese) che mi ricorda non so perché il bel romanzo del turco Ahmet Tanpinar “L’istituto per la regolazione degli orologi” (Einaudi, 2014), credo che la scuola (il bene) e la burocrazia (il male) debbano essere spasmodicamente al centro dell’azione del Governo, e che tutti gli altri nodi verranno dopo risolvendosi, come preghiere esaudite nei grani di un rosario: salute, ambiente, lavoro, debito. Io, mi sollecitavi – ricordi? – a usare WhatsApp e adesso che mi ci arrangio un poco vi leggo quel che mi scrivono in questo preciso momento: un passo di Pier Paolo Pasolini (dagli “Scritti corsari“?): «Quando il mondo classico sarà esaurito – quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani – quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione e del consumo – allora la nostra storia sarà finita. 

In questi urli, in questo strepito, in queste sterminate adunanze, in queste luci, in questi mezzi, in queste dichiarazioni, in queste armi, in questi eserciti, in questi deserti, in questo irriconoscibile sole, incominciava la nuova Preistoria.» I poeti, Mario, tu lo sai bene che hai studiato dai Gesuiti, sono i profeti e i
legislatori del mondo. Quanto ci manca p.p.p.! Scriveva il Belli che «la morte sta anniscosta in ne l’orloggi», caro Mario. E aggiunge Tanpinar che la morte se ne frega degli orologi. L’Italia, voglio essere un retore nauseabondo, deve eticamente rimettere le lancette sull’ora del riscatto. Per un nuovo Rinascimento. Mario, amico caro, todo modo pensaci tu!

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