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Domenica, 14 Agosto 2022
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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Battaglia di corsivi sulla guerra in Ucraina tra me e il prof Covino. "Io resto dalla parte degli aggrediti"

Il professor Renato Covino, storico e accademico, mi onora su “Micropolis” di una lettura dura e garbata della “scheggia” del 19 giugno. La mia risposta

Il professor Renato Covino, storico e accademico, mi onora su “Micropolis” di una lettura dura e garbata della “scheggia” del 19 giugno. Anziché in
cauda la goccia di veleno è distillata nell’incipit: non sono stato bibliotecario del Crures, ero ricercatore responsabile di editoria e comunicazione (curatore se mai dei trenta e passa volumi del “Piano di sviluppo”), bibliotecario era il simpatico conte dottor Carlo Lippi Boncambi. Ma a parte questa scherzevole precisazione, sono due le cose che mi ‘preoccupano’ nell’articolo: la prima è il titolo “Antonio Carlo Ponti e la campagna di Russia” sparato sopra la foto dei due soldati sovietici ma prima di tutto russi che innalzano il 30 aprile 1945 la bandiera rossa con falce e martello su un pinnacolo del Reichstag in una Berlino spettrale. 

Scrive il professore, irredimibile comunista, quasi romanticamente nostalgico, che i carri armati che più o meno si vedono sono di fabbricazione russa, a smentire la mia tesi secondo cui l’Occidente (gli Usa) non se ne stette con le mani in mano ma inviò molti sostanziosi e vitali
aiuti all’Urss, all’Armata Rossa, aggredita e invasa da Hitler e Mussolini. Non si tratta di quantità materiale ma di qualità morale, intendevo. Non si tratta qui di statistica, ma di geopolitica e di alleanze. Io ho fatto il parallelo con gli aiuti all’Ucraìna di Zelensky, per me eroe che per la vulgata veterocomunista nostrana doveva arrendersi, e magari subire un processo falso come una moneta di stagno dorata, permettendo un bel governo fantoccio in ginocchio davanti al novello Zar di tutte le Russie, spia di professione e di religione, degno erede di quella Ochrana zarista capace di confezionare i famigerati “Protocolli dei Saggi di Sion“, madre e scaturigine di tutto l’antisemitismo novecentesco culminato con la Shoah hitleriana. 

Il mantra che circola come rumore di fondo è: «ma anche gli Usa guerrafondai e imperialisti, la Nato, l’Ue, le democrazie occidentali hanno le loro
colpe», queste forze non fanno che provocare spingendo all’angolo la Russia, che è sottolineo la nazione più estesa del globo, ricca di giacimenti cui collaborarono spontaneamente e perfino senza tutela sindacale di categoria, milioni di deportati nei gulag. Se come ci ha insegnato Ludwig
Wittgenstein il mondo è tutto ciò che accade e la totalità dei fatti, dopo Yalta l’Occidente europeo ebbe il Piano Marshall, l’Oriente europeo ebbe
tirannidi alla Ceacescu o alla Zivkov (che ardì attentare alla vita di Enrico Berlinguer) e Budapest 1956 e Praga 1969. 

Il professore mi definisce poeta e amico di poeti, certo che sì di Vladimir Majakovskij, ‘suicida’, o di Osip Mandel’stam, prelevato di notte e scomparso nelle nebbie della cieca stupida repressione delle Purghe staliniane. Il professore mi definisce anti Putin, e qui c’indovina
appieno, ma rifiuto di esser chiamato anti russo. Se schierarsi dalla parte dell’aggredito è un grave peccato, io sono un bieco trasgressore. Io amo i russi e la loro feconda e gloriosa civiltà. Ho letto e riletto nella mia lunghissima vita i giganti della loro letteratura, e ascoltato i geni della loro musica. No amo i dittatori e la logica per cui il pesce grosso si mangia quello piccolo, vedi Tibet e Cecenia e Formosa che verrà inglobata perché chi per difenderla scatenerebbe la Terza Guerra Mondiale?

Il ricatto atomico è un deterrente e ha retto per tutta la Guerra Fredda. Che non esiste più. E lo dico subito giudico Hiroshima e Nagasaki un
orrendo crimine di Truman e degli Usa. Lo scritto del professore tuttavia ha un suo fulcro e una sua logica. Sostiene che l’aiuto occidentale all’Urss è stato ben poca cosa e sciorina una contabilità a base di milioni di morti, degna di un monatto o di un vespillone. Un libro mastro un poco disgustoso.

Io comunque tengo a dire che la mia scheggia, che è un “corsivo” quindi uno scritterello d’impeto, non voleva sminuire o mettere in dubbio l’immane
sacrificio dei russi, memori della resistenza a Napoleone, ammirevoli e degni di ammirazione. Difendevo il diritto alla resistenza, alla Resistenza
anche e soprattutto con le armi perché a mani nude non si pouò. Difendevo chi una mattina si alza e trova l’invasore. Allora mi metto a cantare
stonando una, cento, mille: «O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao».


 

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