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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
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Schegge di Antonio Carlo Ponti | Ignota latebat. "E' un piacere se a parlare è uno o una che sa quel che dice e lo sa dire"

Registro la débâcle amministrativa della destra mutuando il sostantivo da Émile Zola, dal suo terribile luttuoso romanzo del 1892, La Disfatta nella traduzione italiana nella Bur che lessi da ragazzo forse anziché studiare in storia al liceo Mariotti la guerra franco-prussiana argomento fulcro del
corposissimo libro. Non commento gli esiti se non che gli italiani son diventati non bastasse no vax e no green pass pure no vote. Invece non ho letto un libro scampato allo smottamento di un paio di scaffali, autrice Benedetta Craveri, francesista insigne nipote pensa un po’ di Benedetto Croce che era suo nonno, il padre di Elena sua madre. 

Il libro Adelphi 2001 di 650 pagine nascostosi e regalatomi non ricordo da chi, non ho oggi né ghiribizzo né tempo di leggerlo. Ah! il titolo: La civiltà della conversazione, quando Parigi diventò fra Seicento e Settecento la capitale europea dove si cristallizzò l’ideale della più oziosa, spregiudicata, esigente civiltà europea. Dove insomma non dominava l’adagio acqua e chiacchiere non fan frittelle, anzi tutto era chiacchiere e distintivo, tanto i nobili non avevan l’obbligo o il bisogno de lavura’, c’erano gli altri: i servi, la gleba, la plebe. Da qui nacque la Rivoluzione del 1789, che ha un inizio e una fine, seguita subito dopo da una bella Restaurazione. 

Ma tornando al fascino del cazzeggio, alla vuotaggine delle conversazioni nelle serate popolate da persone incapaci di pensiero perché non hanno letto uno straccio di libro oltre all’abbecedario (il ventre da cui germina la torma secondo me pericolosa di complottisti e terrapiattisti, che negano la scienza e che dicono “non fidatevi di “loro” siano il big pharma o i banchieri ebrei o Soros o Gates o il diavolo in persona), urge il sublime di una sana intelligente conversazione tra perone che sappiano soprattutto ascoltare. 

Che è un piacere se a parlare è uno o una che sa quel che dice e lo sa dire. E questo piacere me lo dato un libro in cui due cari amici miei, e fortemente amici essi, si son seduti a un tavolino spero rotondo di un caffè e si sono abbandonati alla sostanza e al suono dei pensieri, al loro fluire ora come l’acqua lenta di un fiume ora bizzosa di un ruscello. Conversazioni al tavolo di un caffè e non poteva che titolarsi così il libro delizioso di Emanuela Morettini e Gianluca Prosperi, 2014, la cronaca semiseria, ora leggera come una piuma ora pesante come un monile. 

Ma sì, certo, sono smaccatamente di parte perché gli voglio bene, ma rassicuro chi mi legge, e non son pochi, che si tratta di un bel libro in cui ottimismo e pessimismo sembrano bilicarsi ma a dire il vero la vince una visione del mondo e della vita colorata se non di rosa, di bianco. Un dialogo è un’incognita, è parlare e parlarsi per trovare o ritrovare una dimensione colloquiale, toccando temi, argomenti, tesi, letture, cose viste o guardate, utopie e sogni. E il filo rosso è la consonanza ma anche la dissonanza, il rimprovero lieve, il dissenso gentile. 

Tutto comincia con un Cappuccino la maiuscola perché in un caffè non è una comparsa o un comprimario, è un coprotagonista. Non è modesta la schiera di scrittori o filosofi che vivevano molte ore al tavolino di una caffetteria (James Joyce, Jean-Paul Sartre, Italo Svevo, Claudio Magris, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Ennio Flaiano, Antonio Delfini, Gaio Fratini…). Il libro ha capitoli come: dimmi come parli e ti dirò chi sei, ricordo dunque sono, senza scomodare i massimi sistemi, amore e corollari, dandosi del lei che è la chiave-chiave per capire fin del profondo tutte le 49 sfumature su 50 imbevute di saggezza e di calore. 

Entrambi di Todi, Emanuela è una manager postmoderna e Gianluca un professore di filosofia. Pratica e teoria? Per me sono due persone da amare. Il libro lo si può chiedere, gratis, agli autori tramite l’autore delle “schegge”. [Che cosa sta a significare il titolo? L’ignoto era nascosto. È
un’espressione letta chissà dove di G. B. Vico che mi piaceva. Tutto qui.]

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