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Martedì, 17 Maggio 2022
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SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | Un libro è meglio del paracetamolo. Parola di Gabriel García Márquez

Francesca a quattro anni sapeva leggere e un giorno mi disse all’incirca: «Nonno, nel libro mi sembra di entrarci, se guardo le figure non è così bello». Smentendo la domanda di Alice: «Un libro senza figure che libro è?». Eh sì, un libro è una cosa di carta che racchiude assai sovente un mondo. La vita. Sempre alle prese con la carta stampata, trovo dentro un libro in terza fila e a mo’ di segnalibro la pagina di una vecchissima intervista a Gabriel García Márquez. Il giornalista dice assertivamente: «Nessuno scrive al colonnello è la sua opera migliore, è d’accordo?». Gabo risponde: «Ho dovuto scrivere Cent’anni di solitudine perché il libro avesse successo di pubblico». Lo smilzo capolavoro: El coronel no tien quien le escriba, consta di 70 pagine di una tristezza esacerbata e dove la povertà è plastica, si tocca. 

«Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino». Ne gratta il fondo in un misto di polvere e ruggine. È tragicamente indigente perché aspetta da quindici anni la pensione guadagnata in una precedente condannata stagione rivoluzionaria; non vive per caso in Sudamerica, in Colombia, terra di frequenti golpe militari. La storia racconta come il colonnello punti tutto sul suo gallo da combattimento, su cui pone in caso di vittoria le ultime speranze di sopravvivenza. Il racconto si chiude su questo dialogo: «È un gallo che non può perdere». 

«Ma supponiamo che perda» lamenta la moglie «dimmi, cosa mangiamo». «Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni – i settantacinque anni della sua vita, minuto per minuto – per giungere a quel momento. Si sentì puro, invincibile, nell’istante in cui rispose: “Merda”». Ecco, questo il colore del dolore, il suo grigio arcigno, impudico, l’oscenità della povertà, l’indecenza delle disparità; ma non è la cifra, il brand, il paradigma della vita? L’ineluttabilità dell’egoismo?

Ma questa mancanza di speranza, di luce, non è la condizione dell’umano vivere? E morire? Non si contano tuttora morti a centinaia ogni giorno che Dio manda in terra? Come si può non meditare su ciò? Scrive Fëdor Dostoevskij in quel terribile manuale, in quel crudele libretto di istruzioni del nichilismo e del terrorismo che è I demoni: «Per un dolore vero, autentico, anche gli imbecilli diventano talvolta intelligenti. Questo sa fare il dolore». Messaggio irricevibile da troppi che si accontentano, che vivono di fake news. Lontani anni luce dalla dea ragione. Gesù, fagli scegliere ai 1.009 un Presidente degno.

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