Martedì, 15 Giugno 2021
Rubriche

SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | La felicità è una minestra calda... sempre ad ogni età, in ogni luogo dell'anima

Cominciai a scrivere e a pubblicare queste “Schegge” (grato al direttore Nicola Bossi e un po’ tanto a Francesco Ippolito) mi sembra a metà 2020, tutte le settimane, e ho limitato al massimo l’autobiografia tranne i cenni sulla mia gatta Cannella, tenero spunto vivente nell’argomentare sogni e bisogni aforismatici. Oggi sfacciatamente stilo otto righe pro domo mea, appurato che nemo propheta in patria. La cronaca di un’amicizia, questa. Ho compilato un libro-celebrazione su un amico poeta, grande poeta; mi si passi l’ironico uso di una locuzione dotta, “Gaio Fratini il mio primo centenario” è una epitome sinottica di una vita, quella del poeta e giornalista eccetera, assai faticata ma pure illuminata da momenti di assoluta felicità, che è il tema odierno. 

Il libro viene recensito con lode sul “Corriere della Sera” dal poeta e critico e tanto altro ancora Franco Manzoni. Mi procuro non senza sforzo la sua email e lo ringrazio di cuore. Nasce un’amicizia autentica come se ci conoscessimo da 20-30 anni. Così vuole il caso e il caos del cuore. L’altro giorno trovo sul “Corsera” il pezzo introduttivo a una serie di opere in vendita con il giornale sotto la sigla “Biblioteca della Felicità” ed è firmato da Franco Manzoni, non per caso laureato a pieni voti in letterature greca e latina. La serie si apre, non poteva che darsi così, con due operette del filosofo stoico Lucio Anneo Seneca (Cordova 4 a.C.- Roma 65), la cui vita, meglio la morte, è nota: precettore dell’imperatore Nerone che gli impose il suicidio. I titoli, con testo latino a fronte, sono “Sulla felicità” e “La tranquillità dell’animo” e Manzoni ha scritto un articolo magistrale per profondità e sintesi (la pagina avvolgerà i fiori nel chiosco del cimitero di Bevagna). «Nell’impiego della libertà individuale il saggio deve rifuggire da occupazioni oziose e futili. 

Una ricetta tesa alla ricerca di una difficile ma bramata quiete interiore, che allontani dall’essere umano la noia, l’abisso dei sensi, di colpa, l’alienazione, l’inquietudine, l’angoscia, l’oppressione di doversi realizzare a tutti i costi nell’ambito economico». Dunque o milionari nostri simili! nostri fratelli, non stringete il cappio – elevando lai al cielo sordo – al borsellino se vi si chiede un 1% in più di tassa di successione se l’eredità è che so di 20 milioni, troppo sovente grazie a massicce evasioni ed elusioni fiscali. «La schiavitù non è uno status sociale, piuttosto un carattere dell’anima, da cui occorre liberarsi». Prosegue l’esegeta lombardo del “Corsera” che Seneca scrisse le due operine: «a seguito di un duro lavoro sulla propria interiorità psichica, di un quotidiano esercizio per raggiungere l’equilibrio nelle scelte e nella moderazione, accesa nemica degli eccessi». 

Il saggio, il savio, chi vuole vivere in interna serenità deve quindi bandire l’ira, l’avidità, la lussuria, non quella che Arthur Rimbaud chiamava le “déreglément de tous le sens” ossia la frenesia nel creare e nel ribellarsi dentro una vittoria sulla monotonia, che è secondo Charles Baudelaire “la metà del nulla”, ma la cieca sensualità che spinge uomini di successo, ricchi, teoricamente civilizzati a stuprare ragazze rese inermi, mostri che considerano la donna non un essere pensante, una persona, ma una femmina, un corpo da brutalizzare e penetrare, e a mostrarne sul famigerato apparato digitale le ferite come trofei, come scalpi. 

Eh già, Seneca, che «in polemica con la dottrina epicurea rilevava l’importanza di vivere secondo natura, raziocinio ed etica, per cui la felicità autentica è la virtù per eccellenza e consiste nel possedere la libertà di pensiero, senza essere mai condizionato da desideri, avidità, cupidigia, piaceri, avendo come fine ultimo l’onestà. In tal modo Seneca, nostro contemporaneo, insegna a riempire il vuoto, a mettere a tacere l’horror vacui, ma soprattutto invita ciascuno a chiedersi che cosa desiderare per sentirsi davvero felici». Leggiamo o ri-leggiamo le parole quiete di quel sessantenne che si tagliò le vene nella vasca da bagno. Appena ieri.

Si parla di

In Evidenza

Potrebbe interessarti

SCHEGGE di Antonio Carlo Ponti | La felicità è una minestra calda... sempre ad ogni età, in ogni luogo dell'anima

PerugiaToday è in caricamento