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"Il Piano di resistenza dell'Umbria? Tanta continuità con il passato ma serve ora una efficacia nuova"

L'intervento del professore dell'Unipg, Luca Ferrucci a riguardo del Piano nazionale di sviluppo elaborato dalla Regione e inviato al Governo nell'ambiento del Ricovery Plan. Il dibattito rientra nella discussione lanciata sul futuro dell'Umbria dall'Agenzia Umbria Ricerche. Buona lettura.

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Il PNRR dell’Umbria è un documento elaborato dal governo regionale particolarmente importante perché delinea una strategia, in modo chiaro ed esplicito, della volontà di perseguire specifiche traiettorie di sviluppo economico, sociale e culturale a livello regionale. Ovviamente, non sappiamo quanto e quali, tra le proposte formulate in questo documento, saranno accolte e finanziate dal governo nazionale e della UE. 

E’, quindi, prematuro “cantare vittoria”! In ogni caso, esso ha stimolato un acceso dibattito nella nostra regione, opponendo i “guelfi” e i “ghibellini” secondo “partigianerie” piuttosto prevedibili. I partiti – e i loro esponenti politici – del Governo regionale hanno ovviamente “cantato” le lodi di questo PNRR umbro, esaltandone il carattere di discontinuità, nei contenuti progettuali, rispetto al passato. I partiti – e i loro esponenti politici – dell’opposizione invece sono saliti sul podio, indicandone le fragilità puntuali e la mancanza di una visione progettuale d’insieme per lo sviluppo dell’Umbria.

A me sembra, invece, che il PNRR si inserisca nel segno della “continuità” rispetto alle istanze e volontà progettuali del passato, con qualche segno marginale di “discontinuità”. E provo ad enunciare alcune riflessioni al fine di poter validare questa tesi, concentrandomi in modo particolare su alcune tematiche economiche.

Vi sono molte proposte, anche piuttosto eterogenee tra loro. Forse, sono addirittura troppe e, per una regione piccola come l’Umbria, sarebbe invece stato preferibile una maggiore selettività, anche per concentrare l’eventuale massa critica di risorse finanziarie su pochi obiettivi strategici. Nel segno della “continuità”, a mio giudizio, possiamo inserire alcune di queste idee progettuali.

Nell’area ternano-narnese si parla di una riconversione green, con particolare riferimento al polo chimico. E’ un tema sul quale anche i governi regionali del passato si sono impegnati, “canalizzando” importanti risorse finanziarie nazionali ed europee. Nella logica dell’economia circolare si erano ipotizzate, già allora, filiere che, dal mondo agricolo, venivano indirizzate verso alcune imprese chimiche del territorio (come Novamont o Tarkett Sommer). Voglio solo ricordare un volume pubblicato dall’Agenzia Umbria Ricerche, nel 2011, dal titolo “La chimica in Umbria tra passato e futuro”, nel quale si riportavano idee per questa transizione verso la sostenibilità ambientale.

Nell’area di crisi della ex Merloni si parla di un distretto sui micro e nano materiali. Anche questo non è un tema nuovo per l’Umbria, semmai appare originale la sua ipotetica localizzazione in un’area – ad oggi – priva di competenze scientifiche, tecnologiche e imprenditoriali su questa “frontiera”. Nel 1994 nasceva a Terni il Parco Scientifico e Tecnologico con lo scopo di potenziare la ricerca scientifica applicata nel campo dei nuovi materiali – specialmente nanotecnologie – e, per promuovere ciò, l’Università di Perugia attivava specifici corsi di laurea, tra l’altro reclutando docenti di fama internazionale come José Kenny e Roberto Battiston.

Sempre nel PNRR umbro si parla di un “Polo regionale dell’idrogeno e della mobilità alternativa”. Il tema è di fondamentale importanza. Da almeno due decenni, il mondo della ricerca scientifica e tecnologica, a livello mondiale, si prefigge di migliorare l’efficienza e l’efficacia della produzione di idrogeno verde. Già nel 2004, un economista visionario come Jeremy Rifkin pubblicava un volume dal titolo “The Hydrogen Economy: The Creation of the Worldwide Energy Web and the Redistribution of Power on Earth”, poi tradotto anche in italiano. 

Nel campo della finanza d’impresa, il PNRR umbro contiene molte proposte. Alcune, a mio parere, restano ancora troppo “fumose” per essere ben interpretate e giudicate. Comunque, ci provo. Si parla di un “fondo rotativo per la digitalizzazione”, di un “fondo rotativo per gli interventi green”, di un “fondo prestiti partecipativi”, di una piattaforma di compensazione denominata “Umbria Fintech Exchange” e di una nuova società regionale “Start and Grow” a supporto di iniziative imprenditoriali innovative. Ebbene, questo pacchetto di proposte è già oggi implementabile e perseguibile con i soggetti regionali esistenti. Gepafin – la finanziaria regionale – può, a mio parere, svolgere queste attività direttamente o tramite la sua partecipata Fondo Umbria Ricerca e Innovazione, appartenente alla SICI sgr (Sviluppo Imprese Centro Italia). Quindi, non vedo la necessità di prospettare la nascita di un ennesimo soggetto istituzionale regionale per la finanza d’impresa.

Anche perché, e questo è un mio giudizio, per molti aspetti oramai non è la finanza di rischio che manca nel nostro paese ma piuttosto la capacità di attrarre e “veicolare” queste risorse verso opportune idee inventive e innovative presenti nella nostra regione. Ad esempio, qualcuno ha mai guardato a quanti brevetti non utilizzati giacciono nei “cassetti” di persone residenti in Umbria e che potrebbero essere valorizzati, facendo nascere nuove start up grazie a questa finanza di rischio? Per guardare ciò è sufficiente andare sul sito dell’European Patent Office e consultare i dati. Vedrete la sorpresa e capirete quando sarebbe importante attrarre e canalizzare finanza di rischio su alcuni di questi brevetti, senza ideare nuovi soggetti pubblici per la finanza.

In modo molto diffuso, nel PNRR umbro si parla anche di digitalizzazione, in linea peraltro con il POR FESR 2014-2020. Le tecnologie digitali costituiscono uno strumento indispensabile per la modernizzazione e l’innovazione nel campo di tutti i prodotti e di tutti i servizi. Ma credo si debbano evitare taluni equivoci, ovvero quello di immaginare che l’Umbria possa divenire un luogo di produzione delle tecnologie digitali. A livello mondiale, oramai da 30 anni, si sono consolidate imprese multinazionali che hanno il dominio incontrastato nella produzione di tecnologie digitali. L’Umbria potrà quindi solo divenire un utilizzatore intelligente di tecnologie digitali, mettendoci propri contenuti (prodotti, servizi, cultura, paesaggi, etc…), al fine di migliorare i propri processi produttivi, la gestione dei propri processi logistici e di approvvigionamento, nonché la commercializzazione di beni e servizi. Ciò significa che gli investimenti nel digitale realizzati da imprese e supportati magari da queste risorse finanziarie pubbliche non potranno che alimentare la crescita di filiere, che offrono tecnologie digitali, fuori dai confini della nostra regione, generando nel breve periodo una crescita economica e occupazionale in queste ultime, e non in Umbria.

Solo se le imprese umbre sapranno ben utilizzare questi strumenti, con il supporto di un adeguato capitale umano qualificato, potenziando la loro competitività, sarà allora possibile vedere le implicazioni positive sullo sviluppo economico e sociale regionale. Insomma, l’Umbria non sarà e non vedrà nuove imprese che saranno le future Amazon, Google o altro ancora, ma avremo imprese dell’agroalimentare, del tessile- abbigliamento, del mondo della cultura o del turismo che, grazie alla loro capacità di utilizzare in modo efficace le tecnologie digitali, sapranno aumentare la propria competitività.

Nel segno della discontinuità, mi appare invece il progetto “Advanced Graphic Appealing International Network” composto da un incubatore, un’Academy e un Polo fieristico multimediale. Non so esprimere un giudizio ma, secondo me, le buone idee – per poter “decollare” nella nostra regione – hanno bisogno di essere radicate nelle filiere produttive esistenti. E, da questo punto di vista, non so quante imprese siano su questa frontiera settoriale (mi sembra siano molto poche) e non vorrei che questo progetto, senza radicamento territoriale, possa tra qualche anno fare “la fine” del multimediale a Terni.

In generale, nel campo dell’industria manifatturiera e dell’artigianato, mi sarei aspettato meno idee e molto più focalizzate attorno ai paradigmi dello sviluppo sociale ed economico dei prossimi decenni. Ad esempio, che cosa ne pensiamo dei vari poli per l’innovazione? Sono esperienze finite oppure nelle quali dobbiamo ancora credere? E come poter “governare” la transizione green e digitale della micro-meccatronica umbra, legata a filiere automotive e dell’aerospaziale? Forse, per alcune di queste imprese, avremmo potuto immaginare una “riconversione” tecnologica verso prodotti e servizi in ambito biomedicale. Tecnologie e dispositivi a supporto degli anziani e disabili saranno e sono già oggi frontiere importanti per soddisfare un bisogno crescente a livello mondiale e molte imprese umbre, con le competenze meccaniche, elettroniche e biotecnologiche possedute, potrebbero “esplorare” questa possibilità. In modo simile, nell’ambito green, l’integrazione agricoltura-industria può alimentare la nascita di numerose filiere, nonché la rivisitazione di molti prodotti e servizi, senza restare relegati al mondo dell’energia e della chimica verde.

Ma l’economia non è solo fatta di industria. Il commercio e il turismo rappresentano un altro volano importante per la crescita della nostra economia regionale. E quali proposte troviamo nel PNRR umbro? Si parla di “Oasi e vie del verde per una transizione ecologica dell’Umbria” basata su una forestazione urbana, la realizzazione di ciclovie e cammini e, infine, la realizzazione del parco fluviale del Tevere. Come residente a Perugia sono quindi particolarmente grato a quegli amministratori del passato che, senza conoscere il PNRR, hanno realizzato un’oasi verde a Pian di Massiano. Ebbene, “moltiplichiamo” pure in modo apprezzabile questa esperienza, ma soprattutto “recuperiamo” quelle oasi verdi – spesso abbandonate per incuria del privato e del pubblico – di cui la nostra regione è densa. Ottima l’idea di realizzare ciclovie e cammini: voglio solo ricordare, nel segno della “continuità”, che, nel 2010, la Regione Umbria, con l’allora Assessore Bracco, aveva identificato dieci piattaforme in termini di destination management, includendo esperienze di turismo “attivo” (bike, equestre, ecc.). Forse, queste idee sono rimaste troppo sulla “carta” e non sono state perseguite abbastanza. Quindi, ottima la scelta di questo Governo regionale di riproporle, opportunamente modificate e potenziate, e speriamo che sia la volta buona per vederle realizzate.

Ma credo che una regione che vuole avere una vocazione turistica non si debba solo porre il tema della ricettività (ossia della quantità e qualità delle nostre strutture per l’ospitalità che, ad oggi, sono sin troppe, anche con l’arrivo di Airbnb!) o quello dell’attrattività (musei, festival, ciclovie, enogastronomia e chi più ne ha più ne metta!) ma piuttosto il tema, purtroppo mortificante, dell’accessibilità. Se siamo turisti – nazionali o, meglio, stranieri – come possiamo arrivare in Umbria? L’aeroporto è “asfittico” sia per i turisti che per gli umbri e il PNRR opportunamente parla di un collegamento ferroviario con esso.

Ma se gli aerei sono “rarefatti”, il treno che si potrà collegare all’aeroporto chi potrà trasportare? Inoltre, si parla di valorizzare e potenziare la tratta ferroviaria Orte-Falconara. Giusto, se ne parla da anni e speriamo che sia la volta buona. Voglio solo rilevare (da comune cittadino e non esperto) che, se agli umbri (e ai turisti) serve l’alta velocità ferroviaria, essa transita sull’asse Napoli-Roma-Firenze-Bologna, e non sulla fascia adriatica. Quindi, mi chiedo perché nel PNRR non abbiamo desiderato, magari di concerto con una regione limitrofa (alto Lazio o bassa Toscana) ipotizzare la localizzazione di una stazione ferroviaria per l’alta velocità e, poi, di conseguenza prevedere collegamenti ferroviari rapidi con essa dai principali centri urbani dell’Umbria? Insomma, se ci piace il “turismo lento” nella nostra regione, non possiamo permetterci però di essere “lenti” anche nel far arrivare i turisti, altrimenti questi non arrivano.

In conclusione, e senza avere la pretesa di essere stato esaustivo, voglio: 1. Sperare che i soldi pubblici arrivino in Umbria; 2. Sperare che il Governo regionale possa trovare finanziate molte delle proprie idee progettuali; 3. Sperare che questo Governo regionale sappia realizzare queste istanze progettuali nel segno della “continuità” politica rispetto al passato, ma con maggiore efficacia. Ma mi permetto anche di temere, purtroppo, che alcune di queste idee non avranno “radici” nelle competenze tecnologiche, manifatturiere e di servizio che questa regione storicamente ha sedimentato, accrescendo quindi il rischio di “fallimento” di queste iniziative e di dispersione di denaro pubblico.

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