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Correva l'anno... di Marco Saioni | Perugia 1906, in tribunale una storia modello Uccelli di Rovo. Quel chiacchieratissimo Don Giocondo

Assembramento impetuoso di popolo al processo che neanche al botteghino del Turreno. La storia del procedimento penale

Assembramento impetuoso di popolo al processo che neanche al botteghino del Turreno. Un’aria elettrica che sfrigola. Intervento dell’esercito per garantire l’ordine. Protagonisti delle udienze, due personaggi, entrambi noti ai perugini. L’imputato è Quintilio Bellucci, mite ragioniere, impiegato alle poste cittadine, l’altro è il chiacchieratissimo sacerdote don Giocondo Griffanti, ottanta chili di steroidi, piuttosto apprezzati dall’altra metà del cielo, una consolidata fama da strozzino, nonché vivace protagonista in altre curiose attività che l’abito talare non contempla.

I fatti si riferiscono alla premurosa attenzione rivolta all’appetitosa cognata del Bellucci, ma sempre definita dal religioso come relazione platonica e cristiana. Una circostanza che poneva a disagio la famiglia dell’impiegato, almeno secondo la motivazione ufficiale, anche se non è da escludere la gelosia. In effetti qualcuno spettegolava da un po’ sulle attenzioni del buon Quintilio per la cognatina. D’altronde lo stato delle cose sembrava scartare la tendenza contemplativa suggerita dal sacerdote. Date le premesse, il ragioniere affrontò il religioso, con risoluto monito, per porre fine alla tresca.

Per nulla intimorito, il Griffanti rilanciò. D’ora in avanti il rivale sarà bersagliato con parole, atti sconci, perfino poesie, diffuse con volantinaggio, una delle quali volta ad intaccare la moralità della madre. L’ingiuria servita con la cosmesi del testo, davvero sublime, ma era troppo. Ulcerato dagli insulti, il Bellucci impugnò il revolver. Tre colpi al bersaglio grosso che aprirono un’asola nella tunica del prete ma senza ferirlo. Il processo che seguì contemplava un agguerrito team difensivo affidato alle eccellenze del foro perugino, oltre ad un pubblico strepitante, totalmente solidale con l’imputato e magari più di uno deluso, qualora indebitato, per la scadente mira del ragionier Bellucci.

Al netto di qualche accento anticlericale, ben presente sia nei gruppi liberali dominanti che in quelli progressisti, il dibattimento mise in luce i disinvolti comportamenti del sacerdote, già cappellano militare, costretto alle dimissioni per l’incessante corteo dei richiedenti prestiti. Di fronte al fuoco incrociato dei principi del foro, volti ad esaltare l’onestà dell’imputato, al quale contrapporre la spregiudicata condotta del sacerdote, il flebile argomentare della controparte produsse un’assoluzione per il mite pistolero. Ma il processo, come dichiarerà il sindaco Valentini, due anni dopo, chiamato a testimoniare in analoghe circostanze, “rivelò un porcaio tale da provocare un’opinione ostile” a causa degli scandali e delle numerose relazioni amorose che coinvolsero il prete.

E proprio su tali atteggiamenti si avventò l’Unione Liberale che aprì una campagna fitta di articoli pepati, uno in particolare, efficacemente titolato “L’onesto Shilock” (usuraio de Il mercante di Venezia di W. Shakespeare) provocò la denuncia per diffamazione da parte del Griffanti che invece riteneva i suoi prestiti gesti di puro altruismo. Una ventina di udienze, dove sfilarono oltre cento testimoni di varia estrazione sociale, composero un quadro sconcertante, a tratti persino esilarante, sulle vicende che videro protagonista il sacerdote. Buon gioco per il giornale che per tutta la durata del dibattimento riportò ogni mattina le imbarazzanti dichiarazioni dei testi.

Dopo l’articolo incriminato, sostennero i testimoni presenti al fatto, il religioso, imbestialito per il suo coinvolgimento in un giro di cambiali false, fece irruzione nella tipografia Benucci, dove si stampava il giornale, aggredendo gli astanti poiché “non voleva essere confuso con i perugini, tutti ladri”. Qualcuno cercò di calmarlo ricordando che l’indomani era il giorno della Madonna e dunque fosse il caso di perdonare. “ma che madonna e madonna, io me ne frego della madonna” fu la risposta. Risate dal pubblico, anche per l’implicita conferma di quanto si dicesse a proposito della sua fama di buon bestemmiatore. Quasi tutti i testi dichiararono di aver contratto debiti a tassi elevati. Era famoso, infatti, il taccuino che recava un catalogo di nomi e cifre, stipato come la lista passeggeri di un transatlantico. Ma il raggio d’azione era assai più vasto, essendo coinvolto in speculazioni e in ogni tipo di faccende. Peccati veniali per i rari amici sacerdoti, tanto da dichiarare che fosse comunque meglio dedicarsi agli affari che al libero amore.

Un argomento che in ogni caso non disdegnava, neanche sotto il profilo di opportunità imprenditoriale, come sostenuto in fase dibattimentale dal teste Milletti Giulio Cesare, secondo cui il Griffanti gli suggerì l’ipotesi di un suo investimento. “ mi disse che voleva impiegare 5000 lire che fruttassero più dei prestiti. Mi propose di darmi 1000 lire per fare un giro in Italia per trovare cinque o sei signorine coi fiocchi da dare in pasto ai perugini”. L’idea non dispiacque all’interlocutore ma poi non se ne fece nulla, anche perché il Milletti si rifiutò di fare il segretario in tale istituenda “azienda”, come suggerito dal prete.

Come finì? La sentenza dichiarò colpevoli il direttore ed un cronista, ma solo per ingiurie contenute in un paio di articoli. Insomma robetta. Non ci fu quindi diffamazione da parte del giornale poiché il querelante risultava già ampiamente diffamato dalla sua condotta. Compensazione delle spese legali per ambedue.

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